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La Fibromialgia è stata considerata per anni una malattia immaginaria e soltanto in tempi recenti è stata riconosciuta come una vera e propria patologia invisibile.
Oggi ne stiamo sentendo parlare poiché questo disturbo ha costretto la popstar Lady Gaga a rimandare la sua tournée europea e la notizia ha fatto il giro del mondo.
Ma che cos’è questa malattia che nessuno conosce? 
La Fibromialgia è una sindrome muscolo-scheletrica che causa dolore ed affaticamento.
Solo negli ultimi 10-15 anni si è potuto approfondire la conoscenza di questa malattia, che in Italia interessa circa 1.5-2 milioni di persone, sopratutto di sesso femminile.
È stata definita una malattia fantasma perché in passato si è perfino dubitato che esistesse davvero e i disturbi da cui è caratterizzata vengono spesso ricondotti a un precario equilibrio di tipo psicologico. Ancora oggi capita spesso che non venga riconosciuta subito e che venga scambiata per altre condizioni con sintomi simili.
 

SINTOMI

I sintomi principali che accusa chi ne è affetto, sono dolori cronici generalizzati in tutto il corpo. Persino un abbraccio, una stretta di mano, un piccolo urto bastano a provocare sofferenze acutissime. Tra gli altri sintomi più spesso riportati anche una forte stanchezza e una costellazione di altri disturbi apparentemente non collegati tra di loro, dall’insonnia a problemi intestinali e difficoltà di concentrazione.
In passato, alle pazienti con questo disturbo veniva spesso diagnosticata la depressione, oggi prevale la convinzione di considerarla una patologia vera e propria, e nel 2010 la Fibromialgia è stata ufficialmente classificata come malattia nell’International Classification of Diseases dell’Organizzazione mondiale della Sanità.
 

DIAGNOSI DIFFICILE

Per riconoscere e diagnosticare questa malattia non esistono test clinici , poiché non sono state individuate alterazioni riscontrabili con esami strumentali o di laboratorio. La diagnosi si basa esclusivamente sui sintomi, sullo studio della localizzazione dei dolori e sull’esclusione di malattie che presentano alcune analogie, come la polimialgia reumatica, per esempio, l’artrite reumatoide o l’ipotiroidismo.
 

CAUSE DIFFICILI DA STABILIRE

Non si conoscono ancora le cause che fanno insorgere la Fibromialgia. Si ritiene che ci sia una componente genetica, perché spesso ricorre in una stessa famiglia. Ad accomunare chi ne soffre spesso c’è anche un trauma fisico, un incidente, oppure un’infezione. I malati riportano che dopo la fase acuta, apparentemente superata, sono subentrati i dolori cronici e diffusi. Anche nel caso di Lady Gaga la Fibromialgia si sarebbe presentata dopo la frattura a un’anca.
L’ipotesi oggi più diffusa sulla base degli ultimi studi, è che in chi ne soffre siano in qualche modo alterati i meccanismi di elaborazione del dolore. In pratica per ragioni genetiche e/o ambientali la soglia di percezione delle sensazioni dolorose risulta più bassa, e anche piccoli stimoli tattili o di pressione vengono sentiti come dolore vero e proprio.
 

TERAPIA

Negli ultimi dieci anni gli studi sulla Fibromialgia si sono moltiplicati ma ad oggi non esiste ancora una cura specifica.
Alcuni farmaci antidolorifici vengono utilizzati nelle fasi peggiori di questa malattia, l’attività fisica e il movimento aerobico sono la prima raccomandazione poiché determinano effetti benefici sulla sintomatologia che manifesta il paziente. Meditazione, tecniche di rilassamento e alcune forme di terapia cognitivo-comportamentale sembrano avere una qualche utilità, anche se le prove sono meno forti.

Il 21 Settembre è la giornata mondiale dell’Alzheimer. Una celebrazione istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’Alzheimer’s Disease International (ADI) nel 1994, che testimonia la crescita di un movimento internazionale che vuole creare una coscienza pubblica sugli enormi problemi provocati da questa malattia.
I malati di Alzheimer e di altre demenze sono oggi circa 36 milioni in tutto il mondo, un milione nel nostro Paese. Numeri destinati ad aumentare drammaticamente nel giro di pochi anni.
Il morbo di Alzheimer è un tipo di demenza senile che provoca problemi con la memoria e il comportamento. Generalmente, i sintomi si sviluppano lentamente e peggiorano con il passare del tempo, diventando talmente gravi da interferire con le attività quotidiane.

Ma quali sono i sintomi e i segnali da non sottovalutare? 

  1. La perdita di memoria
    Uno dei segnali più comuni del morbo di Alzheimer è la perdita di memoria, soprattutto il dimenticare informazioni apprese di recente. Altri segnali sono il dimenticare date o eventi importanti, chiedere le stesse informazioni più volte, un sempre maggiore bisogno di contare su strumenti di ausilio alla memoria o su membri della famiglia per cose che si era soliti gestire in proprio.
  2. Difficoltà nella programmazione o nella soluzione di problemi
    Alcune persone possono sperimentare cambiamenti nella loro capacità di sviluppare e seguire un programma o lavorare con i numeri. Possono avere problemi a ricordare una ricetta familiare o a tenere traccia di alcuni calcoli, avere difficoltà a concentrarsi, e impiegare molto più tempo di prima per fare le cose abituali.
  3. Difficoltà nel completare gli impegni famigliari a casa, al lavoro o nel tempo libero
    Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer hanno spesso difficoltà a completare le attività quotidiane. A volte, possono avere problemi per guidare l’auto verso un luogo familiare, per gestire un budget al lavoro o ricordare le regole di un gioco preferito.
  4. Confusione con tempi o luoghi
    Perdere il senso delle date, delle stagioni e del passare del tempo è un sintomo assai diffuso. Il malato diAlzheimer può avere difficoltà a capire qualcosa se non avviene immediatamente. A volte, può dimenticarsi dove si trova o come è arrivato lì.
  5. Difficoltà a capire le immagini visive e i rapporti spaziali
    Per alcuni, avere problemi visivi è un segnale del morbo di Alzheimer. Tali individui possono avere difficoltà a leggere, a giudicare la distanza e a stabilire il colore o il contrasto. In termini di percezione, essi possono passare davanti a uno specchio, e pensare che qualcun altro sia nella stanza. Potrebbero non capire di essere loro la persona nello specchio.
  6. Nuovi problemi con le parole nel parlare o nello scrivere
    Chi soffre del morbo di Alzheimer può avere difficoltà a seguire o a partecipare a una conversazione. Questi individui possono fermarsi nel bel mezzo di una conversazione e non avere alcuna idea di come continuare, oppure può accadere che si ripetano. Potrebbero lottare con il vocabolario, avere problemi a trovare la parola giusta o chiamare le cose con il nome sbagliato.
  7. Non trovare le cose e perdere la capacità di ripercorrere i propri passi
    Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono lasciare gli oggetti in luoghi insoliti. Possono perdere le cose e non essere in grado di tornare sui propri passi per trovarle di nuovo. A volte, esse possono accusare gli altri di averli derubati.
  8. Ridotta o scarsa capacità di giudizio
    Chi soffre del morbo di Alzheimer può sperimentare cambiamenti nel giudizio o nel processo decisionale. Ad esempio, queste persone possono dare prova di scarsa capacità di giudizio nel maneggiare il denaro, dando forti somme di denaro agli addetti al telemarketing. Possono prestare meno attenzione alla cura della propria persona o a tenersi puliti.
  9. Ritiro dal lavoro o dalle attività sociali
    Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono iniziare a rinunciare a hobby, attività sociali, progetti di lavoro o attività sportive. Possono avere problemi nell’aggiornarsi sulla squadra sportiva preferita o nel ricordare come completare un hobby favorito. Esse possono anche evitare di socializzare a causa dei cambiamenti che hanno vissuto.
  10. Cambiamenti di umore e di personalità
    L’umore e la personalità delle persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono cambiare. Essi possono diventare confusi, sospettosi, depressi, spaventati o ansiosi. Possono essere facilmente suscettibili a casa, al lavoro, con gli amici o nei luoghi nei quali sono al di fuori della loro zona di comfort.

La ricerca e il progresso
Oggi, l’Alzheimer’s è in prima linea nella ricerca biomedica.
I ricercatori sono a lavoro per scoprire quanti più aspetti possibile di questo morbo e di tutte le forme di demenza ad esso correlate. Il 90% di ciò che sappiamo circa il morbo di Alzheimer è stato scoperto negli ultimi due decenni. Alcuni dei più notevoli progressi hanno fatto luce su come il morbo di Alzheimer colpisca il nostro cervello. La speranza è che la migliore comprensione porterà a nuovi trattamenti.
Molti potenziali approcci sono attualmente in fase di ricerca in tutto il mondo.
 

La sindrome del colon irritabile o colite funzionale colpisce circa il 15 % delle persone adulte. Ma attenzione, non deve essere confusa con le vere forme di colite, ovvero quelle infiammatorie come la colite ulcerosa, il Morbo di Crohn, la colite da antibiotici o altre forme più rare.
Pur essendo una malattia che non necessità di ricoveri ospedalieri o di interventi chirurgici, la sindrome del colon irritabile, può compromettere in maniera rilevante la qualità della vita di una persona.
Chi ne soffre lamenta spesso disturbi di tipo stitico, che sono, con il dolore, una frequente causa di malessere e possono compromettere anche la capacità lavorativa.

COS’È LA SINDROME DEL COLON IRRITABILE?

La sindrome del colon irritabile è un’alterazione della funzione del colon caratterizzata da sensazione di fastidio addominale e talvolta irritazione alla regione ano-rettale, gonfiore e alterata funzione intestinale. Esistono alcuni sottotipi di questa sindrome, classificati in base a frequenza e consistenza delle feci:

  • con stitichezza
  • con diarrea
  • di tipo misto con emissione di feci dure e molli in un unico giorno
  • di tipo alterno (stipsi alternata a diarrea) per periodi di settimane o mesi
  • con emissione di feci più o meno compatte, consistenti e più o meno scure, a seconda del tempo di transito entro l’intestino.

La forma con stipsi è quella più diffusa ma il problema principale nella diagnosi di colon irritabile è quello di escludere in maniera certa altre malattie organiche che possono essere valutate con esami più approfonditi.

SINDROME DEL COLON IRRITABILE: SINTOMI

In questa sindrome il colon viene definito “irritabile” perché i nervi che controllano i movimenti muscolari dell’intestino sono particolarmente attivi e le loro terminazione sono particolarmente sensibili. Il risultato è che l’intestino diventa suscettibile ai normali eventi che si svolgono al suo interno, quali l’accumulo ed il passaggio di aria e di fluidi in tutta la sua lunghezza. Questo comporta alcuni sintomi caratteristici, dovuti ad un’attività muscolare inappropriata che può arrestare momentaneamente i movimenti intestinali o, al contrario, stimolarli con inopportuni sforzi per espellere il materiale fecale ed i gas.
I sintomi più diffusi in cui si manifesta la sindrome del colon irritabile sono:

  • dolore addominale o fastidiose sensazioni all’addome (meteorismo e flatuenze, movimenti intestinali, dolori di varia intensità)
  • miglioramento dei sintomi dopo aver defecato
  • cambiamento della normale defecazione
  • cambiamento della consistenza o del colore delle feci

Per poter accertare che si tratti di sindrome del colon irritabile è necessario che tali sintomi si manifestino almeno per 6-9 mesi ma la diagnosi effettiva compete al medico che valuterà caso per caso, anche per poter indagare le cause del disturbo che sono varie e possono essere legate anche a fattori esterni come stili di vita e stress.

CAUSE DEL COLON IRRITABILE

La causa del colon irritabile non è completamente nota. Sappiamo che i soggetti affetti dal disturbo, oltre ad avere un alterato comportamento dei movimenti muscolari dell’intestino, mostrano una particolare ed inconscia reattività intestinale a molti fattori, in particolare stress, specifici alimenti e violente emozioni, che appaiono essere strettamente correlati alla comparsa dei sintomi.
INTOSSICAZIONI E INFIAMMAZIONI
Spesso tra le cause del colon irritabile può esserci un’infezione enterocolitica, in genere dovuta ad un’intossicazione alimentare, che modifica la normale flora intestinale o fecale in flora patogena e irritante: in questi casi il disturbo perdura nel tempo e viene detto colon irritabile dismicrobico o postinfettivo.
CELIACHIA
Infine, talvolta la sindrome del colon irritabile può essere confusa con un morbo celiaco da intolleranza al glutine del frumento, quindi nelle forme difficili da curare è bene indagare meglio, facendo anche la ricerca dei diversi anticorpi antiglutine.
IL RUOLO DELLE EMOZIONI

Sebbene ansia e depressione non siano la causa vera e propria della malattia, i disturbi intestinali tipici della sindrome del colon irritabile, tendono ad aggravarsi nei momenti di maggiore tensione. Non solo, anche persone non affette dalla malattia possono avere modificazioni nel funzionamento intestinale (associate a insonnia, tachicardia o cattiva digestione) a causa di eventi stressanti, come ad esempio la perdita del lavoro o altri cambiamenti di vita.
Benché sia convinzione comune pensare che soltanto il cervello controlli tutte le attività del corpo, ciò è vero solo in parte. Scopriamo infatti che: “il tubo digerente ha una innervazione propria, ricca e indipendente (che viene chiamata il ”secondo cervello”) la quale regola i processi di digestione e di eliminazione delle scorie”. L’intestino, quindi, non dipende dal cervello per le sue semplici funzioni.
Esso risponde attraverso le vie del sistema neurovegetativo (che non controlliamo consciamente) ai messaggi forti che il cervello gli invia e per farlo libera o blocca anche sostanze neurochimiche come la serotonina, l’ormone del “buonumore” che ha un’azione stimolante sulla muscolatura. Quando avviene il blocco si crea uno stato irritativo e conflittuale con la normale funzione intestinale che viene così alterata, provocando i fastidiosi sintomi addominali caratteristici della sindrome del colon irritabile.
Non solo le emozioni, ma anche il cibo è un fattore da considerare quando si analizza questa malattia.

RIMEDI POSSIBILI

Dopo aver distinto le forme con stitichezza da quelle con diarrea, meteorismo o senza dolore e capito che nel trattamento del colon irritabile è fondamentale partire da una valutazione personale dell’esistenza di fattori emozionali, di stress, o alimentari alla base del disturbo.
In una prima fase  i rimedi possibili hanno a che fare con cambiamenti negli stili di vita:
distendersi, dormire di più, fare esercizi fisici (come lo yoga) per diminuire la tensione.
Anche una dieta ricca di fibre può essere di giovamento nelle forme con stipsi, tuttavia inizialmente può causare un fastidioso accumulo di aria e anche provocare diarrea nei soggetti che già ne soffrono.
Tra gli altri possibili rimedi, è consigliabile:

  • evitare tutte le cose che sapete vi faranno stare male, come i “cibi spazzatura”
  • assumere farmaci che possono evitare le crisi, per esempio degli antidiarroici (o anche disinfettanti) quando si soffre di troppe scariche
  • combattere la stipsi con cibi ricchi di fibre solo se non vi creano gonfiore
  • consultare il medico per valutare la possibilità di assumere farmaci che diminuiscono il dolore e migliorano le vostre abitudini intestinali
  • valutare le cause di stress nella vostra vita e vedete se potete allontanarle o controllarle
  • cercare di rilassarsi con l’esercizio fisico, il traning autogeno, lo yoga, la meditazione o l’agopuntura.

 

CHE COS’È IL BOTULINO?

La tossina botulinica è un farmaco che permette di inibire temporaneamente l’azione dei muscoli mimici del volto riducendo la formazione delle rughe da espressione. Esistono sette tipi di tossina botulinica (A, B, C1, D, E, F e G) derivati da ceppi del batterio Clostridium Botulinum. Quelli utilizzabili nell’uomo e presenti attualmente in commercio sono soltanto i tipi A e B.
Inizialmente la tossina botulinica venne utilizzata in medicina per prevenire gli spasmi neuromuscolari delle palpebre e per correggere lo strabismo, ma a partire dal 1987 cominciò ad essere utilizzata negli Stati Uniti anche nell’ambito della chirurgia estetica.
In Italia l’uso di questa tossina è stato autorizzato dal Ministero della Salute nel 2004 limitatamente ad un solo tipo di farmaco che si chiama Vistabex (in Italia), Botox (negli Stati Uniti) o Vistabel (in Francia), e solo per il trattamento delle rughe glabellari in pazienti di età non superiore ai 65 anni a condizione che il preparato venga iniettato da uno specialista in chirurgia plastica, dermatologia, neurologia o chirurgia maxillofacciale.

PER CHI È INDICATO QUESTO TIPO DI TRATTAMENTO?

La tossina botulinica è indicata per il trattamento delle rughe da espressione della parte superiore del volto (fronte e regione perioculare), anche se il farmaco è stato approvato unicamente per il trattamento delle rughe glabellari, cioè di quelle rughe che si formano tra le sopracciglia.
Il botulino è un farmaco specifico e pertanto sottoposto al rigido controllo dell’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco. Non può essere assimilato né agli altri trattamenti estetici né tantomeno a un intervento chirurgico.
Al di là del caso specifico e del risultato raggiunto che in modo soggettivo può piacere o non piacere, ci sono situazioni in cui la medicina estetica e la chirurgia vengono utilizzate a sproposito, creando visi dai tratti sproporzionati e non armoniosi. Si tratta spesso di problemi legati ad un uso erroneo ed esagerato dei filler, eseguiti assecondando richieste inadeguate o da medici poco esperti. Il botulino, utilizzato correttamente, non stravolge i lineamenti del viso e di norma non viene applicato nel terzo medio inferiore del viso, ovvero nella zona della bocca.
Esitono 3 punti fermi per capire cos’è la tossina botulinica ed evitare facili fraintendimenti che contribuiscono alla diffusione di informazioni errate in merito a quello che è il trattamento di medicina estetica più diffuso al mondo.
1. Una questione terminologica: Botox non è sinonimo di “punturina”. Il Botox è il nome commerciale utilizzato negli USA da una delle aziende produttrici di tossina botulinica per uso estetico. Il termine termine “botulino” non può ricomprendere tutto l’ampio spettro della medicina estetica, all’interno della quale rientrano per esempio tutti i diversi filler, trattamenti al laser e trattamenti biorivitalizzanti. Tantomeno la parola “botulino”può essere assimilata a un intervento di chirurgia plastica come un lifting del viso o una blefaroplastica.
2. Il botulino è un farmaco, ben diverso dai classici filler iniettabili come l’acido ialuronico. Essendo un farmaco, la tossina botulinica è regolamentata da un preciso codice disciplinare che viene approvato dall’Aifa. L’azione del botulino è specifica: non paralizza i muscoli, ma li rilassa distendendoli, conferendo così al volto un aspetto naturale e riposato.  Utilizzato per distendere le rughe nel terzo superiore del volto (ovvero nella zona della fronte, della glabella e per attenuare le cosiddette zampe di gallina) gli effetti del botulino sono a tempo determinato, ovvero la distensione della pelle, e quindi delle rughe, dura tra i 4 e i 6 mesi. Dopo questo periodo la fibra nervosa riprende la sua funzione senza danneggiamenti.
3. La sicurezza del botulino è scientificamente provata. Se eseguito correttamente, il trattamento con tossina botulinica è quello con la minore percentuale di effetti collaterali o complicanze in medicina estetica. Occorre ricordare che si tratta pur sempre di una tossina: a dosaggi elevati, circa 33 volte la dose abitualmente utilizzata in estetica, interagisce negativamente con l’organismo, potendo provocare danni. Somministrandone una dose adeguata è possibile ottenere i risultati desiderati, solo i dosaggi eccessivi possono essere dannosi. Del resto, non esiste farmaco che non sia nocivo a dosaggi eccessivi, comprese le vitamine. L’importante è essere sempre correttamente informati.

I calcoli renali, che in termini medici si definiscono nefrolitiasi o litiasi renali, sono delle aggregazioni di sali minerali che si formano nel nostro tratto urinario.
La loro presenza è legata ad una dieta alimentare scorretta a cui si associa necessariamente una sottostante predisposizione genetica.
Talvolta i calcoli renali sono asintomatici e vengono scoperti per caso durante una radiografia di controllo. Altre volte la loro presenza è segnalata prepotentemente da una colica renale, un dolore acuto e violento.

Cosa sono i calcoli renali?

I calcoli renali sono dei depositi di consistenza dura che si formano per precipitazione dei sali minerali contenuti nelle urine (calcio, ossalato, fosfati ed acido urico).
La formazione di un calcolo è favorita dall’aumento della concentrazione di questi elettroliti o dalla riduzione del liquido che li tiene in soluzione (scarso volume di urine).
Quando i sali si aggregano tra loro formano dapprima cristalli, quindi microcalcoli ed infine calcoli che possono raggiungere le dimensioni di una pallina da golf. Proprio a causa della loro forma e composizione chimica i calcoli renali possono muoversi dalla sede di origine e andare ad ostacolare il flusso dell’urina. Tale ostacolo, oltre a causare un dolore spesso intenso, favorisce lo sviluppo di infezioni urinarie e, se persiste per lunghi periodi, aumenta le possibilità di danno ai reni, fino a sviluppare una insufficienza renale progressiva.

Le nostre urine normalmente contengono sostanze capaci di impedire la formazione di calcoli, ma non sempre sono presenti in quantità adeguate o svolgono efficacemente la loro funzione.
Per questa patologia l’alimentazione risulta fondamentale e il consumo o meno di determinati alimenti può aumentare o diminuire il rischio di comparsa dei calcoli renali.
Studi scientifici hanno dimostrato che evitare o quantomeno limitare il consumo di alcuni cibi aiuta a scongiurare il rischio di calcoli renali.

I 10 alimenti da evitare

Ecco i 10 alimenti da evitare o almeno limitare secondo le linee guida degli studiosi per prevenire la ricomparsa dei calcoli renali, in particolar modo quelli causati dall’accumulo di ossalato di calcio, essendo questi cibi che ne contengono in grande quantità:

  1. Carne
  2. Nocciole
  3. Spinaci
  4. Tè
  5. Rabarbaro
  6. Cioccolato
  7. Fragole
  8. Crusca di frumento
  9. Kiwi
  10. Bevande gassate (con eccezione per quelle a base di frutta e con acido citrico) 

Curare la propria igiene orale dovrebbe essere un’abitudine quotidiana diffusa. Ma non sempre è così. Mantenere, i propri denti sani e puliti sin dall’infanzia, contribuisce ad evitare l’accumulo di batteri all’interno della bocca e far sì che i denti possano cariarsi. La formazione di carie non è problema raro: a tutti, o quasi, è capitato almeno una volta nella vita di soffrirne e dover intervenire.
Il Ministero della Salute definisce la carie come una malattia infettivo/batterica a carattere cronico-degenerativo ad eziologia multifattoriale. La sua formazione avviene in questo modo: lo smalto, ovvero la parte esterna del dente, si indebolisce permettendo agli agenti esterni di aggredire il tessuto sottostante, la dentina, e di formare una cavità.
Ma non tutte le manifestazioni cariogene hanno effetti di pari intensità. Una forma meno conosciuta, ad esempio, è la carie secca: vediamo meglio di cosa si tratta.

COME RICONOSCERE UNA CARIE SECCA

In alcuni casi la formazione di una carie ad un certo punto può bloccarsi o rallentare sensibilmente, senza intaccare aggressivamente la dentina. Il processo di erosione del dente, dunque, sembra interrompersi e i danni si riducono. In questo caso si tratta di una carie secca.

È un disturbo difficile da riconoscere, perché si presenta come un piccolo foro nero sullo smalto del dente, poco visibile ad occhio nudo. Un campanello d’allarme della sua presenza può essere costituito da una inusuale sensibilità al caldo o al freddo, spesso indice di un problema ai denti o alle gengive, anche se nella maggior parte dei casi, se siamo affetti da una carie secca, anche il dolore è assente, poiché la dentina non è stata intaccata.

COME CURARE UNA CARIE SECCA

Quando è presente una carie secca il dente non può definirsi sano poiché, seppur lentamente, il processo di erosione dentale sta andando avanti, pertanto è bene consultare il prima possibile il proprio dentista per decidere il da farsi.
Esistono due tipologie di trattamenti per curare la carie secca:
1. Trattare il dente come se si trattasse di una carie “normale”.
2. In alternativa e in base alla localizzazione del problema, si procede con l’otturazione, ovvero l’intervento dentistico che va a sigillare la fessura scavata dai batteri cariogeni nel dente colpito.

COME PREVENIRE UNA CARIE SECCA

In generale, la carie secca va monitorata in maniera costante attraverso visite regolari fissate con il proprio dentista. È vero infatti che non si tratta di un problema da trattare con urgenza, ma per accorgerci della sua presenza ed evitare che degeneri in disturbi più seri è consigliabile stabilire un piano di incontri a cadenza fissa nel medio periodo, così da agire tempestivamente nel caso insorgano dei problemi.
È bene inoltre ribadire che esistono alcune semplici regole da seguire per prevenire i problemi dentali. Per una corretta igiene orale, è fondamentale, soprattutto la sera:

  • Utilizzare quotidianamente un buon spazzolino da denti, adatto alle proprie esigenze e rinnovato ogni 3 mesi;
  • Abituarsi ad passare con regolarità il filo interdentale;
  • Scegliere un dentifricio efficace;
  • Disinfettare il cavo orale con il colluttorio;
  • Programmare 2 o 3 visite odontoiatriche all’anno;
  • Sottoporsi almeno una volta all’anno ad una seduta di igiene orale, quella che comunemente viene chiamata “pulizia dei denti”.

Interiorizzare questi principi della prevenzione e farli diventare parte integrante di una vera e propria routine personale, è il primo modo che ci consente di prevenire l’insorgenza di problemi come la carie secca.

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