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I calcoli renali, che in termini medici si definiscono nefrolitiasi o litiasi renali, sono delle aggregazioni di sali minerali che si formano nel nostro tratto urinario.
La loro presenza è legata ad una dieta alimentare scorretta a cui si associa necessariamente una sottostante predisposizione genetica.
Talvolta i calcoli renali sono asintomatici e vengono scoperti per caso durante una radiografia di controllo. Altre volte la loro presenza è segnalata prepotentemente da una colica renale, un dolore acuto e violento.

Cosa sono i calcoli renali?

I calcoli renali sono dei depositi di consistenza dura che si formano per precipitazione dei sali minerali contenuti nelle urine (calcio, ossalato, fosfati ed acido urico).
La formazione di un calcolo è favorita dall’aumento della concentrazione di questi elettroliti o dalla riduzione del liquido che li tiene in soluzione (scarso volume di urine).
Quando i sali si aggregano tra loro formano dapprima cristalli, quindi microcalcoli ed infine calcoli che possono raggiungere le dimensioni di una pallina da golf. Proprio a causa della loro forma e composizione chimica i calcoli renali possono muoversi dalla sede di origine e andare ad ostacolare il flusso dell’urina. Tale ostacolo, oltre a causare un dolore spesso intenso, favorisce lo sviluppo di infezioni urinarie e, se persiste per lunghi periodi, aumenta le possibilità di danno ai reni, fino a sviluppare una insufficienza renale progressiva.

Le nostre urine normalmente contengono sostanze capaci di impedire la formazione di calcoli, ma non sempre sono presenti in quantità adeguate o svolgono efficacemente la loro funzione.
Per questa patologia l’alimentazione risulta fondamentale e il consumo o meno di determinati alimenti può aumentare o diminuire il rischio di comparsa dei calcoli renali.
Studi scientifici hanno dimostrato che evitare o quantomeno limitare il consumo di alcuni cibi aiuta a scongiurare il rischio di calcoli renali.

I 10 alimenti da evitare

Ecco i 10 alimenti da evitare o almeno limitare secondo le linee guida degli studiosi per prevenire la ricomparsa dei calcoli renali, in particolar modo quelli causati dall’accumulo di ossalato di calcio, essendo questi cibi che ne contengono in grande quantità:

  1. Carne
  2. Nocciole
  3. Spinaci
  4. Rabarbaro
  5. Cioccolato
  6. Fragole
  7. Crusca di frumento
  8. Kiwi
  9. Bevande gassate (con eccezione per quelle a base di frutta e con acido citrico) 

Curare la propria igiene orale dovrebbe essere un’abitudine quotidiana diffusa. Ma non sempre è così. Mantenere, i propri denti sani e puliti sin dall’infanzia, contribuisce ad evitare l’accumulo di batteri all’interno della bocca e far sì che i denti possano cariarsi. La formazione di carie non è problema raro: a tutti, o quasi, è capitato almeno una volta nella vita di soffrirne e dover intervenire.
Il Ministero della Salute definisce la carie come una malattia infettivo/batterica a carattere cronico-degenerativo ad eziologia multifattoriale. La sua formazione avviene in questo modo: lo smalto, ovvero la parte esterna del dente, si indebolisce permettendo agli agenti esterni di aggredire il tessuto sottostante, la dentina, e di formare una cavità.
Ma non tutte le manifestazioni cariogene hanno effetti di pari intensità. Una forma meno conosciuta, ad esempio, è la carie secca: vediamo meglio di cosa si tratta.

COME RICONOSCERE UNA CARIE SECCA

In alcuni casi la formazione di una carie ad un certo punto può bloccarsi o rallentare sensibilmente, senza intaccare aggressivamente la dentina. Il processo di erosione del dente, dunque, sembra interrompersi e i danni si riducono. In questo caso si tratta di una carie secca.

È un disturbo difficile da riconoscere, perché si presenta come un piccolo foro nero sullo smalto del dente, poco visibile ad occhio nudo. Un campanello d’allarme della sua presenza può essere costituito da una inusuale sensibilità al caldo o al freddo, spesso indice di un problema ai denti o alle gengive, anche se nella maggior parte dei casi, se siamo affetti da una carie secca, anche il dolore è assente, poiché la dentina non è stata intaccata.

COME CURARE UNA CARIE SECCA

Quando è presente una carie secca il dente non può definirsi sano poiché, seppur lentamente, il processo di erosione dentale sta andando avanti, pertanto è bene consultare il prima possibile il proprio dentista per decidere il da farsi.
Esistono due tipologie di trattamenti per curare la carie secca:
1. Trattare il dente come se si trattasse di una carie “normale”.
2. In alternativa e in base alla localizzazione del problema, si procede con l’otturazione, ovvero l’intervento dentistico che va a sigillare la fessura scavata dai batteri cariogeni nel dente colpito.

COME PREVENIRE UNA CARIE SECCA

In generale, la carie secca va monitorata in maniera costante attraverso visite regolari fissate con il proprio dentista. È vero infatti che non si tratta di un problema da trattare con urgenza, ma per accorgerci della sua presenza ed evitare che degeneri in disturbi più seri è consigliabile stabilire un piano di incontri a cadenza fissa nel medio periodo, così da agire tempestivamente nel caso insorgano dei problemi.
È bene inoltre ribadire che esistono alcune semplici regole da seguire per prevenire i problemi dentali. Per una corretta igiene orale, è fondamentale, soprattutto la sera:

  • Utilizzare quotidianamente un buon spazzolino da denti, adatto alle proprie esigenze e rinnovato ogni 3 mesi;
  • Abituarsi ad passare con regolarità il filo interdentale;
  • Scegliere un dentifricio efficace;
  • Disinfettare il cavo orale con il colluttorio;
  • Programmare 2 o 3 visite odontoiatriche all’anno;
  • Sottoporsi almeno una volta all’anno ad una seduta di igiene orale, quella che comunemente viene chiamata “pulizia dei denti”.

Interiorizzare questi principi della prevenzione e farli diventare parte integrante di una vera e propria routine personale, è il primo modo che ci consente di prevenire l’insorgenza di problemi come la carie secca.

Sempre più diffusa al giorno d’oggi, la celiachia è una malattia autoimmune dell’apparato digerente che colpisce i villi intestinali e che può comparire a qualsiasi età.
Quando le persone che ne sono affette assumono alimenti o usano prodotti che contengono glutine (una proteina presente in alcuni cereali, come il grano, l’orzo e la segale) il loro sistema immunitario reagisce danneggiando o distruggendo interamente i villi intestinali, cioè le piccole protuberanze estroflesse che costituiscono la mucosa intestinale.
I villi consentono l’assorbimento delle sostanze nutritive che attraversando la parete dell’intestino tenue vanno a finire nel sangue. Quando non funzionano bene la persona celiaca inizia a manifestare una serie di sintomi da malnutrizione.
La presenza di glutine scatena infatti una risposta immunitaria nell’intestino, provocando un’infiammazione che danneggia il rivestimento dell’intestino stesso e ostacola l’assorbimento di alcuni nutrienti essenziali per l’organismo.

Ma quali sono i sintomi per riconoscere la celiachia?

Vediamo insieme i sintomi principali che possono far scattare il campanello d’allarme.

  1. GONFIORE, DOLORE ADDOMINALE E DIARREA 
    Spesso chi è affetto da celiachia soffre di diarrea accompagnata da forti dolori addominali. Questi sintomi sono assai frequenti soprattutto nei bambini ma possono verificarsi anche negli adulti con l’aumento delle evacuazioni giornaliere e casi gravi di diarrea.
  2. VOMITO
    Ai problemi intestinali più comuni, si aggiungono spesso anche nausea e vomito che tendono a disidratare e a indebolire il soggetto affetto da celiachia.
  3. ANEMIA
    Chi soffre di celiachia accusa anche una grande debolezza dovuta all’anemia sideropenica, ovvero una carenza di ferro dovuta ad un malassorbimento di quest’ultimo da parte dell’organismo.
  4. DISTURBI DELLA CRESCITA E CALO DI PESO
    La scarsa assimilazione dei nutrienti dovuta a vomito e diarrea fa sì che nei bambini spesso si assista a dei disturbi della crescita mentre per quanto riguarda gli adulti può verificarsi un anomalo calo di peso che a volte può portare persino all’anoressia.
  5. DERMATITI ERPETIFORMI
    Un campanello d’allarme significativo è la comparsa di dermatite erpetiforme, una malattia della pelle caratterizzata dalla presenza di uno sfogo cutaneo sotto forma di bolle ed eritemi, accompagnati da grande prurito e dolore nella zona colpita.
  6. OSTEOPOROSI
    Oltre al ferro, anche il calcio non viene assimilato bene dall’organismo. Per questo motivo chi soffre di celiachia ma ancora non l’ha scoperto potrebbe avere a  che fare anche con l’osteoporosi.
  7. DOLORI ARTICOLARI
    La comparsa di dolori articolari o forme importanti di artrite rappresentano  un altro sintomo assai diffuso che potrebbe ricondurre alla presenza della malattia celiaca.
  8. AFFATICAMENTO
    Poiché come abbiamo detto, l’intestino non riesce a funzionare al meglio assorbendo i nutrienti necessari al benessere dell’organismo come appunto il ferro e il calcio, spesso i celiaci avvertono un perenne stato di affaticamento e apatia.
  9. IRRITABILITA’, ANSIA E DEPRESSIONE
    È inevitabile che di una situazione di questo genere il sistema nervoso ne risenta. Pertanto tra i sintomi della celiachia si annoverano anche irritabilità, stati d’ansia e depressione.
  10. AFTE RECIDIVE
    Le afte recidive sono vere e proprie piaghe all’interno della mucosa orale che vanno e vengono senza mai riuscire a debellarle del tutto. Questo è uno dei sintomi più frequenti della celiachia.

DIAGNOSI

Per diagnosticare con certezza la celiachia è necessario sottoporsi a una serie di mediche specifiche.
La diagnosi della celiachia avviene attraverso un’analisi volta a ricercare specifici anticorpi all’interno del sangue (in particolare gli anticorpi IgG e IgA: Anticorpi Anti-Transglutaminasi Tissutale e Anticorpi Anti-Gliadina deamidata e gli EMA, anticorpi antiendomisio di classe IgA). Se i livelli di questi anticorpi appaiono fuori dalla norma, il paziente è celiaco e deve sottoporsi ad ulteriori accertamenti.
Tra gli esami diagnostici più diffusi per evidenziare questa malattia, ci sono il breath test al sorbitolo, l’esame delle feci e una biopsia della mucosa duodenale. Tutti questi accertamenti vanno fatti quando la persona sta ancora seguendo una dieta che comprende il glutine.

L’osteoporosi è una malattia che colpisce le nostre ossa. È caratterizzata da un impoverimento e un deterioramento del tessuto osseo per mancanza di calcio, con conseguente aumento della fragilità e una predisposizione alle fratture, soprattutto dell’anca, della colonna vertebrale e del polso.
Uno studio condotto dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha evidenziato che l’osteoporosi interessa oltre 75 milioni di persone in Europa, Stati Uniti e Giappone con un rischio stimato del 15% di andare incontro, nell’arco della vita, ad una frattura. In Italia colpisce circa 5 milioni di persone, di cui l’80% è composto da donne in postmenopausa.
Anche se le donne sono più a rischio, anche gli uomini possono sviluppare questa malattia. In Italia circa un uomo su quattro, sopra i 50 anni, si rompe un osso a causa dell’osteoporosi.
Esiste una serie di fattori non modificabili sui quali non è possibile intervenire quando viene fatta una diagnosi di osteoporosi, tuttavia è possibile proteggere le proprie ossa seguendo questi 8 consigli per far sì che si mantengano forti e sane nel corso dell’invecchiamento.

1. Seguire una una dieta ricca di calcio

Un rimedio efficace per prevenire molti dei danni alle ossa causati dall’età consiste nel consumare cibi ricchi di calcio. I danni dovuti all’invecchiamento sono una conseguenza della diminuzione dei livelli di estrogeni (che si verifica prevalentemente durante la menopausa) che privano le ossa della quantità di calcio necessaria. La riparazione delle ossa però ha luogo solo se assumi almeno 1200 milligrammi al giorno di calcio, all’interno di una dieta ricca di latticini magri: yogurt, latte scremato, verdure a foglia verde, cereali arricchiti di vitamine e minerali, pesci a spina come sardine e tonno in scatola al naturale

2. Evitare le diete drastiche

Secondo l’Associazione Nazionale per l’Anoressia Nervosa, le diete drastiche, le pillole dimagranti, e le malattie alimentari causano la perdita di proteine nelle ossa, rendendo lo scheletro più fragile. Privarsi dei nutrienti con diete drastiche o restando affamati indebolisce le ossa e aumenta la possibilità di avere un problema di osteoporosi in età più avanzata.

3. Assorbire Vitamina D

La vitamina D è necessaria per il corretto assorbimento del calcio. Purtroppo, però, la maggior parte delle donne sopra i 50 anni non si preoccupa di averne a sufficienza (minimo 6-800 IU – unità internazionali – al giorno).
Per evitare l’osteoporosi è consigliabile mangiare cibi ricchi di vitamina, come il salmone, i tuorli d’uovo, lo yogurt e latte arricchito di vitamina D, assicurandosi di assumerne almeno 1000-2000 IU al giorno, oltre a prendersi il tempo per stare al sole a sufficienza.

4. Seguire una dieta ricca di grassi buoni

Gli acidi grassi omega3 e i grassi monoinsaturi sono considerati tra i grassi “buoni per il cuore”. Questi stessi grassi si rivelano ottimi anche per la robustezza delle ossa. Infatti, le donne greche, che seguono la tradizionale dieta mediterranea (ricca di olio di oliva, legumi, fagioli, pesce e carne rossa solo in minima quantità) hanno la maggiore densità ossea media tra tutte le popolazioni del mondo

5. Smettere di fumare

La nicotina e i radicali liberi contenuti in ogni sigaretta oltre ad essere dannosi per la salute del cuore e dei polmoni, aumentano il rischio di fratture ossee. La maggior parte delle donne che smette di fumare tra i 50 e i 60 anni mostra un miglioramento della densità ossea entro un anno

6. Fare una MOC

Il modo più semplice per scoprire se si è a rischio di osteoporosi è farsi prescrivere dal medico una MOC. Questo esame può verificare se c’è un rischio di indebolimento delle ossa che può trasformarsi in osteoporosi col passare del tempo. Tutte le donne oltre i 65 anni dovrebbero eseguire questo esame

7. Eliminare la caffeina in eccesso

Alcuni studi dimostrano che le donne che assumono troppa caffeina — che provenga dal caffè, dal tè, dalle bibite, dagli energy drink, o dal cioccolato — sono più soggette delle altre, col passare del tempo, a fratture al bacino. Ecco perché i nutrizionisti raccomandano di non superare i 300 milligrammi di caffeina al giorno, che equivalgono a circa 2 tazze di caffè americano o 3-4 tazzine di caffè espresso

8. Praticare sport

Le donne che fanno sollevamento pesi o che praticano qualche tipo di attività fisica intensa, come salto della corda, boxe, calcio, aerobica, aumentano la densità ossea, anche del 15%

Il caldo e l’afa sono i principali nemici della pressione. Quando in estate la temperatura si alza, la pressione ne risente fortemente e si verificano fenomeni di ipotensione, ossia un abbassamento repentino della pressione sanguigna. 
Questo disturbo è molto diffuso, soprattutto tra le donne in cui si manifesta con sintomi di spossatezza, giramenti di testa, calo di energia e, nei casi peggiori, svenimento.
Una cosa è certa: rispetto all’ipertensione, che consiste in un aumento dei valori della pressione arteriosa sistolica o massima (correlato a rischio cardiovascolare, e non solo), la pressione bassa comporta meno rischi a lungo termine.

SINTOMI

Quando si può parlare di pressione bassa o ipotensione?
La sintomatologia a volte può ingannare e portare a identificare alcuni disturbi come semplici cali di pressione, generici. Volendo fare chiarezza, in età adulta viene considerata ideale o “normale” una pressione di 115-120 mmHg per la massima (detta anche sistolica) e 75-80 mmHg per la minima (detta anche diastolica).
Di conseguenza, i valori che si trovano al di sotto o al di sopra di questi limiti sono da considerarsi eccessivamente elevati o bassi.
Tra i sintomi principali legati alla pressione bassa si riscontrano: una stanchezza accentuata, giramenti di testa o vertigini, nausea, perdita di equilibrio, mancamenti, annebbiamento della vista, cedimenti alle gambe e ronzii alle orecchie.
Le cause dell’ipotensione sono svariate e possono mutare nel corso della vita. Tra queste, oltre alla predisposizione individuale, vi sono ad esempio: l’incombenza della fase premestruale e il ciclo mestruale per le donne, l’aumento del caldo, una sudorazione eccessiva, un fenomeno di disidratazione, e un’alimentazione squilibrata. Con alcune soluzioni efficaci, oltre ad attenuare i sintomi, si possono alzare i valori della pressione arteriosa sentendosi subito meglio e più in forze.

RIMEDI

In caso di pressione bassa, esistono numerosi rimedi. Per prima cosa, è opportuno escludere la presenza di patologie che causano ipotensione. Poi è importante aggiustare la propria dieta in modo da introdurre un quantitativo sufficiente di acqua, sali minerali e vitamine.
Se l’abbassamento è provocato dal caldo eccessivo è consigliabile assumere integratori di sali minerali, nello specifico quelli a base di potassio e magnesio
Quest’ultimi infatti si disperdono facilmente attraverso il sudore e i liquidi corporei, motivo per cui, in situazioni potenzialmente critiche per la pressione (caldo, sforzi fisici, sindrome premestruale, ciclo), è importante reintegrare velocemente i sali persi soprattutto per le donne.
Contrariamente a quanto si dice, acqua e zucchero non rappresenta il rimedio più efficace contro i cali di pressione. Sono infatti da preferirsi spuntini salati e liquirizia pura, per far sì che la pressione si alzi rapidamente.
In caso di svenimento si consiglia di alzare immediatamente le gambe del malcapitato (rispetto al busto e alla testa). Ma senza arrivare al mancamento, ai primi segni di pressione bassa è bene coricarsi o sedersi sollevando le gambe in rapporto alla linea della testa.

Il diabete è una patologia di tipo endocrino oggi ampiamente diffusa non soltanto tra anziani ma anche tra i giovani. Secondo i dati ISTAT in Italia è diabetico il 4,8% della popolazione italiana (5% delle donne e 4,6% degli uomini), pari a circa 2.900.000 persone.

CLASSIFICAZIONE 

Attualmente la medicina distingue tre forme di diabete mellito:
– diabete di tipo 1
– diabete di tipo 2
– diabete gestazionale
A queste si aggiunge un’altra patologia detta diabete insipido che si differenzia dalle altre sia per cause che per sintomi.
Diabete di tipo 1
(Conosciuto anche come diabete Mellito insulino-dipendente o diabete giovanile) rappresenta il 10% dei casi di diabete e si sviluppa prevalentemente a partire dall’infanzia o dall’adolescenza. Questa tipologia di diabete è spesso associata ad altre patologie autoimmunitarie.
La causa di questa forma di diabete è un vero e proprio deficit di secrezione insulinica da parte di alcune cellule pancreatiche, le cellule beta.
La produzione di insulina da parte del pancreas viene infatti soppressa o fortemente ridotta a causa della distruzione delle cellule beta da parte del sistema immunitario che le non le riconosce come appartenenti all’organismo, ma come nocive. Queste cellule beta sono deputate alla produzione di insulina, un ormone fondamentale, poiché regola l’ingresso e l’utilizzo del glucosio (zucchero) nel nostro organismo.
Poiché questo processo è irreversibile, chi ne è affetto deve assumere insulina per riuscire a metabolizzare gli zuccheri necessitando per tutta la vita di una terapia insulinica sostitutiva.
 
Diabete di tipo 2
Rappresenta la forma di diabete più comune e interessa circa il 90% dei casi.
Si sviluppa prevalentemente dai 40 anni di età, colpendo principalmente persone che soffrono di obesità o sovrappeso. Il diabete mellito di tipo 2 è caratterizzato da una duplice problematica: la quantità di insulina prodotta non basta a soddisfare le necessità dell’organismo (deficit di secrezione di insulina), oppure l’insulina prodotta non agisce in maniera soddisfacente (insulino resistenza).
In entrambi i casi, il risultato è il conseguente incremento dei livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia).
 
Il diabete gestazionale
Consiste in un aumento dei livelli di glucosio che si manifesta nel periodo della gravidanza. Si tratta di una forma di diabete che colpisce l’ 8% delle donne incinte. Generalmente questa tipologia di diabete tende a scomparire al termine della gravidanza, tuttavia, le donne che ne hanno sofferto presentano un rischio più elevato di sviluppare diabete di tipo 2 in età avanzata. Anche se si tratta di una condizione transitoria, se non viene diagnosticato subito e adeguatamente curato, può portare a delle conseguenze, anche gravi, sia per la madre che per il bambino.
Il diabete insipido
Una malattia rara caratterizzata da una diuresi eccessiva accompagnata da una sete insaziabile.
Fatta eccezione di questi sintomi, è molto diverso dal più diffuso diabete mellito e non esiste nessun tipo di correlazione accertata tra i due.
Nel caso del diabete insipido, infatti, l’eccessiva quantità di urina non è la conseguenza di valori troppo alti di glucosio nel sangue dovuti ad un mancato o cattivo funzionamento dell’insulina, bensì un’alterazione della produzione, della secrezione o dei meccanismi di funzionamento dell’ormone vasopressina (l’ormone antidiuretico) da parte dell’ipotalamo e dell’ipofisi posteriore, o dalla sua mancata attività a livello renale.
 

LA PREVENZIONE

La prevenzione del diabete non solo è possibile ma è anche molto semplice: basta seguire uno stile di vita sano. Allo stato attuale non ci sono metodi per prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 1, al contrario è possibile prevenire il diabete di tipo 2, più diffuso e che si sviluppa tendenzialmente in età adulta.
La prevenzione è da considerarsi il metodo più efficace per scongiurare l’insorgere di questa forma di diabete, molto più efficace di qualsiasi farmaco.
Alcuni studi hanno infatti dimostrato che un’alimentazione sana, abbinata ad un esercizio fisico costante permettono di ridurre del 58-60% il rischio di diabete per quelle persone che sono considerate predisposte allo sviluppo della malattia.
I fattori di rischio che individuano una persona come ad alto rischio di diventare diabetica sono:
– età superiore a 45 anni
– sovrappeso (specialmente se localizzato all’addome)
– vita troppo sedentaria
– parentela (a maggior ragione se di primo grado) con un diabetico
– per le donne aver partorito un figlio di peso superiore a 4 Kg o aver sofferto di diabete gestazionale
– glicemia a digiuno alterata (fra 110 a 125 mg/di)
– ipertensione arteriosa
– intolleranza al glucosio
– appartenenza a gruppi etnici ad alto rischio (ispanici, asiatici, africani).
La prevenzione del diabete di tipo 2 è molto importante, non solo per i soggetti a rischio. Al fine di diminuire notevolmente le possibilità che insorga questa malattia è fondamentale avere un corretto stile di vita fin dall’infanzia seguendo poche e semplici regole come:
– una dieta bilanciata
– il controllo del peso
– una vita il meno possibile sedentaria
– non fumare
– il controllo costante per soggetti a rischio.
 

I SINTOMI 

I sintomi del diabete possono essere diversi ed insorgere in maniera differente a seconda che si tratti di diabete di tipo 1 o di tipo 2.
– Nel caso del diabete tipo 1, di solito si assiste a un esordio acuto, spesso in relazione a un episodio febbrile, caratterizzato da eccessiva sete, aumentata quantità e frequenza di urine, sensazione si stanchezza, perdita di peso immotivata, pelle secca, aumentata frequenza di infezioni.
– Nel diabete tipo 2, invece, si manifestano più lentamente e spesso in maniera meno evidente. Possono verificarsi casi di glicemia alta senza che si manifestino i sintomi.
La diagnosi delle diverse tipologie di diabete è formulata sulla base di alcuni parametri:
– sintomi di diabete (poliuria, polidipsia, perdita di peso inspiegabile) associati a un valore di glicemia casuale, cioè indipendentemente dal momento della giornata, ≥ 200 mg/dl
– glicemia a digiuno ≥ 126 mg/dl (per digiuno si intende la mancata assunzione di cibo da almeno 8 ore)oppure
– glicemia ≥ 200 mg/dl durante una curva da carico (OGTT).
 

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