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Cos’è la maculopatia?

La maculopatia o degenerazione maculare è una malattia che coinvolge la “macula“, ossia la parte centrale della retina del nostro occhio.
È caratterizzata da una perdita progressiva della visione centrale, spesso bilaterale, che limita fortemente la funzione visiva da parte del paziente colpito. Secondo un’indagine scientifica condotta dall’istituto Lorien Consulting la degenerazione maculare è considerata l’anticamera della cecità, sebbene la visione laterale sia solitamente conservata fino agli stadi terminali della maculopatia retinica.
Nel mondo occidentale la forma più diffusa di maculopatia è quella di tipo senile o degenerazione maculare legata all’età, che colpisce 25-30 milioni di persone. Tuttavia esistono altre forme di maculopatia:

  • maculopatia miopica,
  • maculopatia diabetica,
  • maculopatia essudativa dopo trombosi venose della retina

Quali sono le cause e i sintomi della Maculopatia?

Dall’indagine condotta dall’istituto Lorien Consulting  in collaborazione con il Centro Ambrosiano Oftalmico (CAMO) è emerso che a soffrire di questa patologia è oltre il 5,3% della popolazione over50, per un totale stimato di 1.400.000 sofferenti in Italia, in prevalenza donne: il 69% vs 54% del totale.
Tra le cause principali della degenerazione maculare è emersa una correlazione con altre patologie o abitudini di vita scorrette. Ad esser più colpite sono le persone affette da diabete, quelle che hanno subito o devono subire interventi di cataratta o  soffrono di ipertensione, così come i fumatori. Nonostante sia una malattia largamente diffusa, non è ancora molto conosciuta.
La maculopatia non dà dolore. Anzi, inizialmente il problema visivo non viene immediatamente percepito, perché l’occhio buono permette comunque di vedere bene.
Tra i primi sintomi che di solito si manifestano compaiono:

  • una distorsione delle immagini (metamorfopsie): gli oggetti appaiono deformati e/o rimpiccioliti
  • la comparsa di una macchia nera, di “non visione” centrale, se viene interessata la parte centrale della macula: osservando per esempio un viso, si vedono le orecchie ma non le espressioni, gli occhi e la bocca; oppure si vede la sagoma dell’orologio ma non l’ora indicata

La comparsa di questi sintomi può essere un campanello d’allarme e deve condurre ad una visita presso l’oculista al più presto che eseguendo un test specifico,  il Test di Amsler potrà monitorare la visione del paziente.

Test di Amsler per la diagnosi

Si tratta di un test molto semplice che consente di individuare il più precocemente possibile la metamorfopsia  la deformazione, ondulazione, distorsione di tutto ciò che è dritto (righe, stipiti delle porte, gradini etc.) –  il sintomo più tipico e precoce della maculopatia degenerativa o degenerazione maculare.
In linea di massima è consigliabile che si sottopongano al test di Amsler tutte le persone over50, i miopi elevati, le persone che abbiano avuto già un occhio colpito dalla malattia e pazienti diabetici.

Malattia di Lyme. Conosciamola da vicino

In questi giorni si sta sentendo molto parlare della Malattia di Lyme nota anche come borreliosi, dalla quale la conduttrice televisiva Vittoria Cabello, sembra esser guarita dopo 3 anni di sofferenze.

Ho vissuto un calvario che non auguro a nessuno. Ora finalmente ne sono fuori. Ero fortemente debilitata, l’essere attaccata da un batterio così cattivo e attaccata da dentro, obbliga al riposo assoluto. A malincuore ho dovuto staccare con tutto – racconta in un’intervista al Corriere della Sera.

Ma conosciamo più da vicino questa malattia che si sta diffondendo a grande velocità negli USA ma anche in Austria, Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Italia, dove il Trentino e la Liguria sembrano essere le regioni maggiormente soggette alla diffusione di questa malattia.
Un’infezione che il New York Times ha definito come “la malattia infettiva che si diffonde più rapidamente negli Stati Uniti dopo l’AIDS”.
La diffusione della malattia di Lyme – che prende il nome dalla cittadina di Lyme, nel Connecticut, dove si verificò un’epidemia di questo male nel 1975 – avviene tramite la puntura di una zecca: la Borrelia burgdorferi è un batterio che infesta le zecche, le quali a loro volta possono trasmetterlo all’uomo e agli animali provocando sofferenze estreme.

DIAGNOSI

Il primo sintomo si manifesta con un eritema cutaneo che, con il passare dei giorni, si allarga fino a prendere una forma circolare o triangolare.  Spesso la comparsa dell’eritema è accompagnata da febbre, mal di testa, dolori articolari e stanchezza, sintomi che spesso vengono confusi con una normale influenza. Con il passare del tempo, però, possono comparire anche gonfiori agli arti. Ma nei casi più gravi questa malattia può portare anche a complicanze neurologiche, dolori ossei, disturbi cardiaci, palpitazioni e blocco atrioventricolare.
La diagnosi della malattia di Lyme è particolarmente difficile, sia per sua sinomatologia variegata, sia perché mancano test sierologici specifici.

TERAPIA

Se la malattia viene presa in tempo, la maggior parte dei pazienti può guarire grazie a una terapia antibiotica mirata contro l’agente infettivo accertato. Tuttavia il senso di stanchezza e i dolori articolari, possono perdurare nel tempo, per settimane o mesi. Generalmente in uno stadio iniziale il paziente affetto da malattia di Lyme, viene trattato con Amoxicillinada una a tre settimane ma nel caso in cui sia allergico al farmaco, la terapia viene effettuata con penicillina o eritromicina. Nei casi più gravi invece, quando la malattia di Lyme è in uno stadio avanzato, la terapia antibiotica viene associata a corticosteroidi.
 

Il 19 Ottobre è stata la Giornata Mondiale per la lotta contro il tumore al seno. Questo “male oscuro” è la neoplasia più frequente in assoluto nella popolazione femminile, che colpisce una donna ogni 8 nell’arco della sua vita. Soltanto nell’ultimo anno, in Italia, si sono ammalate di tumore al seno circa 50.500 donne e 500 uomini. Malgrado sia un male che spesso non perdona, poiché ancora troppe sono le donne che muoiono a causa di questa malattia,  fortunatamente non sono nemmeno poche quelle che grazie alla prevenzione riescono a sconfiggerlo.
Sopravvivere al tumore al seno
La mortalità risulta infatti in continuo calo e questo si deve sia all’efficacia delle nuove terapie sia alla diagnosi precoce, che permette di individuare il tumore in uno stadio ancora iniziale. Oggi la sopravvivenza media dopo 5 anni dalla diagnosi è di circa l’87% in media (91% tra i 15 e i 44 anni; 92% tra 45 e 54 anni; 91% tra 55 e 64 anni; 89% tra 65 e 74 anni; 79% tra oltre i 75 anni). La sopravvivenza dopo 10 anni dalla diagnosi è invece pari all’80% in media.
Dopo mesi di cure e monitoraggi, una donna affetta dal carcinoma mammario viene considerata dai medici improvvisamente “guarita”. In questi casi, accade che alcune donne continuano a incontrare periodicamente il proprio oncologo, mentre altre consultano soltanto il medico di base, che spesso può non conoscere o non saper gestire correttamente le conseguenze del cancro e delle terapie per sconfiggerlo.

Ma una donna che ha combattuto con successo il tumore al seno sa davvero cosa è “normale” aspettarsi dopo la malattia?

Le stesse donne “sopravvissute” al cancro, spesso, non sanno con esattezza quali siano gli effetti secondari e a lungo termine di interventi chirurgici, radioterapia, chemioterapia, terapie ormonali e chirurgia ricostruttiva. Ed è per questo che spesso le donne che hanno sconfitto il carcinoma mammario iniziano a sviluppare forme di ansia, attacchi di panico, iniziano a soffrire di depressione e astenia.
Per aiutare le donne sopravvissute al cancro, due tra le principali organizzazioni no-profit americane impegnate nella lotta al tumore del seno, l’American Cancer Society e l’American Society of Clinical Oncology, hanno redatto delle linee guida che chiariscono in modo sintetico e completo come assistere coloro che sopravvivono al cancro alla mammella.
In particolare, il documento, contenente le linee guida, è stato redatto da un gruppo di professionisti esperti in varie discipline ed è rivolto fondamentalmente ai medici di base, ma può comunque risultare interessante per oncologi, infermieri, altri operatori sanitari e anche per gli stessi pazienti.

Linee guida per donne sopravvissute al carcinoma mammario

Le nuove linee guida trattano in modo approfondito una trentina di tematiche e offrono risposte alle più comuni domande poste dalle donne che sopravvivono al cancro. Oltre a fornire informazioni riguardanti la prevenzione delle recidive del cancro al seno, il documento suggerisce quali test di laboratorio ed esami diagnostici dovrebbero essere eseguiti, se e come sottoporsi per gli screening di prevenzione per altre forme di cancro, che possono colpire polmoni, endometrio o intestino, e fornisce importanti consigli su come affrontare gli effetti tardivi e a lungo termine del trattamento di chemioterapia e radioterapia, quali problematiche cardiovascolari, linfoedema, astenia, ansia, depressione, dolore neuropatico, patologie ossee, infertilità e menopausa precoce.
Spesso, le donne affette dal cancro al seno si abituano a essere sottoposte con cadenze regolari a controlli di varia natura: queste stesse donne, una volta superata la malattia, si aspettano di continuare a svolgere test ematici di controllo ed esami diagnostici continuamente, anche se non esistono raccomandazioni standard a tal proposito.
In particolare, le nuove linee guida raccomandano di non eseguire controlli sui biomarker o marcatori tumorali e di non sottoporre a RMN, TAC o PET le pazienti che hanno sconfitto il cancro al seno se non presentano ulteriori sintomi. Recenti studi mostrano, infatti, come questi esami diagnostici non apportino alcun beneficio in pazienti asintomatiche.
Inoltre, le linee guida suggeriscono anche le modalità mediante le quali gli operatori sanitari possono consentire alle pazienti di incrementare le probabilità di sopravvivenza, aiutandole a migliorare il proprio stile di vita: seguire una dieta sana, non divenire obesi, praticare attività fisica e smettere di fumare sono semplici ma validi consigli per migliorare la condizione di chi sopravvive al tumore al seno.È necessario, dunque, che medico e paziente comunichino in modo chiaro e appropriato, anche per creare terapie personalizzate e ad hoc per ogni singola donna che sconfigge il cancro, poiché ogni tumore è diverso dagli altri.

La Fibromialgia è stata considerata per anni una malattia immaginaria e soltanto in tempi recenti è stata riconosciuta come una vera e propria patologia invisibile.
Oggi ne stiamo sentendo parlare poiché questo disturbo ha costretto la popstar Lady Gaga a rimandare la sua tournée europea e la notizia ha fatto il giro del mondo.
Ma che cos’è questa malattia che nessuno conosce? 
La Fibromialgia è una sindrome muscolo-scheletrica che causa dolore ed affaticamento.
Solo negli ultimi 10-15 anni si è potuto approfondire la conoscenza di questa malattia, che in Italia interessa circa 1.5-2 milioni di persone, sopratutto di sesso femminile.
È stata definita una malattia fantasma perché in passato si è perfino dubitato che esistesse davvero e i disturbi da cui è caratterizzata vengono spesso ricondotti a un precario equilibrio di tipo psicologico. Ancora oggi capita spesso che non venga riconosciuta subito e che venga scambiata per altre condizioni con sintomi simili.
 

SINTOMI

I sintomi principali che accusa chi ne è affetto, sono dolori cronici generalizzati in tutto il corpo. Persino un abbraccio, una stretta di mano, un piccolo urto bastano a provocare sofferenze acutissime. Tra gli altri sintomi più spesso riportati anche una forte stanchezza e una costellazione di altri disturbi apparentemente non collegati tra di loro, dall’insonnia a problemi intestinali e difficoltà di concentrazione.
In passato, alle pazienti con questo disturbo veniva spesso diagnosticata la depressione, oggi prevale la convinzione di considerarla una patologia vera e propria, e nel 2010 la Fibromialgia è stata ufficialmente classificata come malattia nell’International Classification of Diseases dell’Organizzazione mondiale della Sanità.
 

DIAGNOSI DIFFICILE

Per riconoscere e diagnosticare questa malattia non esistono test clinici , poiché non sono state individuate alterazioni riscontrabili con esami strumentali o di laboratorio. La diagnosi si basa esclusivamente sui sintomi, sullo studio della localizzazione dei dolori e sull’esclusione di malattie che presentano alcune analogie, come la polimialgia reumatica, per esempio, l’artrite reumatoide o l’ipotiroidismo.
 

CAUSE DIFFICILI DA STABILIRE

Non si conoscono ancora le cause che fanno insorgere la Fibromialgia. Si ritiene che ci sia una componente genetica, perché spesso ricorre in una stessa famiglia. Ad accomunare chi ne soffre spesso c’è anche un trauma fisico, un incidente, oppure un’infezione. I malati riportano che dopo la fase acuta, apparentemente superata, sono subentrati i dolori cronici e diffusi. Anche nel caso di Lady Gaga la Fibromialgia si sarebbe presentata dopo la frattura a un’anca.
L’ipotesi oggi più diffusa sulla base degli ultimi studi, è che in chi ne soffre siano in qualche modo alterati i meccanismi di elaborazione del dolore. In pratica per ragioni genetiche e/o ambientali la soglia di percezione delle sensazioni dolorose risulta più bassa, e anche piccoli stimoli tattili o di pressione vengono sentiti come dolore vero e proprio.
 

TERAPIA

Negli ultimi dieci anni gli studi sulla Fibromialgia si sono moltiplicati ma ad oggi non esiste ancora una cura specifica.
Alcuni farmaci antidolorifici vengono utilizzati nelle fasi peggiori di questa malattia, l’attività fisica e il movimento aerobico sono la prima raccomandazione poiché determinano effetti benefici sulla sintomatologia che manifesta il paziente. Meditazione, tecniche di rilassamento e alcune forme di terapia cognitivo-comportamentale sembrano avere una qualche utilità, anche se le prove sono meno forti.

Il 21 Settembre è la giornata mondiale dell’Alzheimer. Una celebrazione istituita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall’Alzheimer’s Disease International (ADI) nel 1994, che testimonia la crescita di un movimento internazionale che vuole creare una coscienza pubblica sugli enormi problemi provocati da questa malattia.
I malati di Alzheimer e di altre demenze sono oggi circa 36 milioni in tutto il mondo, un milione nel nostro Paese. Numeri destinati ad aumentare drammaticamente nel giro di pochi anni.
Il morbo di Alzheimer è un tipo di demenza senile che provoca problemi con la memoria e il comportamento. Generalmente, i sintomi si sviluppano lentamente e peggiorano con il passare del tempo, diventando talmente gravi da interferire con le attività quotidiane.

Ma quali sono i sintomi e i segnali da non sottovalutare? 

  1. La perdita di memoria
    Uno dei segnali più comuni del morbo di Alzheimer è la perdita di memoria, soprattutto il dimenticare informazioni apprese di recente. Altri segnali sono il dimenticare date o eventi importanti, chiedere le stesse informazioni più volte, un sempre maggiore bisogno di contare su strumenti di ausilio alla memoria o su membri della famiglia per cose che si era soliti gestire in proprio.
  2. Difficoltà nella programmazione o nella soluzione di problemi
    Alcune persone possono sperimentare cambiamenti nella loro capacità di sviluppare e seguire un programma o lavorare con i numeri. Possono avere problemi a ricordare una ricetta familiare o a tenere traccia di alcuni calcoli, avere difficoltà a concentrarsi, e impiegare molto più tempo di prima per fare le cose abituali.
  3. Difficoltà nel completare gli impegni famigliari a casa, al lavoro o nel tempo libero
    Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer hanno spesso difficoltà a completare le attività quotidiane. A volte, possono avere problemi per guidare l’auto verso un luogo familiare, per gestire un budget al lavoro o ricordare le regole di un gioco preferito.
  4. Confusione con tempi o luoghi
    Perdere il senso delle date, delle stagioni e del passare del tempo è un sintomo assai diffuso. Il malato diAlzheimer può avere difficoltà a capire qualcosa se non avviene immediatamente. A volte, può dimenticarsi dove si trova o come è arrivato lì.
  5. Difficoltà a capire le immagini visive e i rapporti spaziali
    Per alcuni, avere problemi visivi è un segnale del morbo di Alzheimer. Tali individui possono avere difficoltà a leggere, a giudicare la distanza e a stabilire il colore o il contrasto. In termini di percezione, essi possono passare davanti a uno specchio, e pensare che qualcun altro sia nella stanza. Potrebbero non capire di essere loro la persona nello specchio.
  6. Nuovi problemi con le parole nel parlare o nello scrivere
    Chi soffre del morbo di Alzheimer può avere difficoltà a seguire o a partecipare a una conversazione. Questi individui possono fermarsi nel bel mezzo di una conversazione e non avere alcuna idea di come continuare, oppure può accadere che si ripetano. Potrebbero lottare con il vocabolario, avere problemi a trovare la parola giusta o chiamare le cose con il nome sbagliato.
  7. Non trovare le cose e perdere la capacità di ripercorrere i propri passi
    Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono lasciare gli oggetti in luoghi insoliti. Possono perdere le cose e non essere in grado di tornare sui propri passi per trovarle di nuovo. A volte, esse possono accusare gli altri di averli derubati.
  8. Ridotta o scarsa capacità di giudizio
    Chi soffre del morbo di Alzheimer può sperimentare cambiamenti nel giudizio o nel processo decisionale. Ad esempio, queste persone possono dare prova di scarsa capacità di giudizio nel maneggiare il denaro, dando forti somme di denaro agli addetti al telemarketing. Possono prestare meno attenzione alla cura della propria persona o a tenersi puliti.
  9. Ritiro dal lavoro o dalle attività sociali
    Le persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono iniziare a rinunciare a hobby, attività sociali, progetti di lavoro o attività sportive. Possono avere problemi nell’aggiornarsi sulla squadra sportiva preferita o nel ricordare come completare un hobby favorito. Esse possono anche evitare di socializzare a causa dei cambiamenti che hanno vissuto.
  10. Cambiamenti di umore e di personalità
    L’umore e la personalità delle persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono cambiare. Essi possono diventare confusi, sospettosi, depressi, spaventati o ansiosi. Possono essere facilmente suscettibili a casa, al lavoro, con gli amici o nei luoghi nei quali sono al di fuori della loro zona di comfort.

La ricerca e il progresso
Oggi, l’Alzheimer’s è in prima linea nella ricerca biomedica.
I ricercatori sono a lavoro per scoprire quanti più aspetti possibile di questo morbo e di tutte le forme di demenza ad esso correlate. Il 90% di ciò che sappiamo circa il morbo di Alzheimer è stato scoperto negli ultimi due decenni. Alcuni dei più notevoli progressi hanno fatto luce su come il morbo di Alzheimer colpisca il nostro cervello. La speranza è che la migliore comprensione porterà a nuovi trattamenti.
Molti potenziali approcci sono attualmente in fase di ricerca in tutto il mondo.
 

La sindrome del colon irritabile o colite funzionale colpisce circa il 15 % delle persone adulte. Ma attenzione, non deve essere confusa con le vere forme di colite, ovvero quelle infiammatorie come la colite ulcerosa, il Morbo di Crohn, la colite da antibiotici o altre forme più rare.
Pur essendo una malattia che non necessità di ricoveri ospedalieri o di interventi chirurgici, la sindrome del colon irritabile, può compromettere in maniera rilevante la qualità della vita di una persona.
Chi ne soffre lamenta spesso disturbi di tipo stitico, che sono, con il dolore, una frequente causa di malessere e possono compromettere anche la capacità lavorativa.

COS’È LA SINDROME DEL COLON IRRITABILE?

La sindrome del colon irritabile è un’alterazione della funzione del colon caratterizzata da sensazione di fastidio addominale e talvolta irritazione alla regione ano-rettale, gonfiore e alterata funzione intestinale. Esistono alcuni sottotipi di questa sindrome, classificati in base a frequenza e consistenza delle feci:

  • con stitichezza
  • con diarrea
  • di tipo misto con emissione di feci dure e molli in un unico giorno
  • di tipo alterno (stipsi alternata a diarrea) per periodi di settimane o mesi
  • con emissione di feci più o meno compatte, consistenti e più o meno scure, a seconda del tempo di transito entro l’intestino.

La forma con stipsi è quella più diffusa ma il problema principale nella diagnosi di colon irritabile è quello di escludere in maniera certa altre malattie organiche che possono essere valutate con esami più approfonditi.

SINDROME DEL COLON IRRITABILE: SINTOMI

In questa sindrome il colon viene definito “irritabile” perché i nervi che controllano i movimenti muscolari dell’intestino sono particolarmente attivi e le loro terminazione sono particolarmente sensibili. Il risultato è che l’intestino diventa suscettibile ai normali eventi che si svolgono al suo interno, quali l’accumulo ed il passaggio di aria e di fluidi in tutta la sua lunghezza. Questo comporta alcuni sintomi caratteristici, dovuti ad un’attività muscolare inappropriata che può arrestare momentaneamente i movimenti intestinali o, al contrario, stimolarli con inopportuni sforzi per espellere il materiale fecale ed i gas.
I sintomi più diffusi in cui si manifesta la sindrome del colon irritabile sono:

  • dolore addominale o fastidiose sensazioni all’addome (meteorismo e flatuenze, movimenti intestinali, dolori di varia intensità)
  • miglioramento dei sintomi dopo aver defecato
  • cambiamento della normale defecazione
  • cambiamento della consistenza o del colore delle feci

Per poter accertare che si tratti di sindrome del colon irritabile è necessario che tali sintomi si manifestino almeno per 6-9 mesi ma la diagnosi effettiva compete al medico che valuterà caso per caso, anche per poter indagare le cause del disturbo che sono varie e possono essere legate anche a fattori esterni come stili di vita e stress.

CAUSE DEL COLON IRRITABILE

La causa del colon irritabile non è completamente nota. Sappiamo che i soggetti affetti dal disturbo, oltre ad avere un alterato comportamento dei movimenti muscolari dell’intestino, mostrano una particolare ed inconscia reattività intestinale a molti fattori, in particolare stress, specifici alimenti e violente emozioni, che appaiono essere strettamente correlati alla comparsa dei sintomi.
INTOSSICAZIONI E INFIAMMAZIONI
Spesso tra le cause del colon irritabile può esserci un’infezione enterocolitica, in genere dovuta ad un’intossicazione alimentare, che modifica la normale flora intestinale o fecale in flora patogena e irritante: in questi casi il disturbo perdura nel tempo e viene detto colon irritabile dismicrobico o postinfettivo.
CELIACHIA
Infine, talvolta la sindrome del colon irritabile può essere confusa con un morbo celiaco da intolleranza al glutine del frumento, quindi nelle forme difficili da curare è bene indagare meglio, facendo anche la ricerca dei diversi anticorpi antiglutine.
IL RUOLO DELLE EMOZIONI

Sebbene ansia e depressione non siano la causa vera e propria della malattia, i disturbi intestinali tipici della sindrome del colon irritabile, tendono ad aggravarsi nei momenti di maggiore tensione. Non solo, anche persone non affette dalla malattia possono avere modificazioni nel funzionamento intestinale (associate a insonnia, tachicardia o cattiva digestione) a causa di eventi stressanti, come ad esempio la perdita del lavoro o altri cambiamenti di vita.
Benché sia convinzione comune pensare che soltanto il cervello controlli tutte le attività del corpo, ciò è vero solo in parte. Scopriamo infatti che: “il tubo digerente ha una innervazione propria, ricca e indipendente (che viene chiamata il ”secondo cervello”) la quale regola i processi di digestione e di eliminazione delle scorie”. L’intestino, quindi, non dipende dal cervello per le sue semplici funzioni.
Esso risponde attraverso le vie del sistema neurovegetativo (che non controlliamo consciamente) ai messaggi forti che il cervello gli invia e per farlo libera o blocca anche sostanze neurochimiche come la serotonina, l’ormone del “buonumore” che ha un’azione stimolante sulla muscolatura. Quando avviene il blocco si crea uno stato irritativo e conflittuale con la normale funzione intestinale che viene così alterata, provocando i fastidiosi sintomi addominali caratteristici della sindrome del colon irritabile.
Non solo le emozioni, ma anche il cibo è un fattore da considerare quando si analizza questa malattia.

RIMEDI POSSIBILI

Dopo aver distinto le forme con stitichezza da quelle con diarrea, meteorismo o senza dolore e capito che nel trattamento del colon irritabile è fondamentale partire da una valutazione personale dell’esistenza di fattori emozionali, di stress, o alimentari alla base del disturbo.
In una prima fase  i rimedi possibili hanno a che fare con cambiamenti negli stili di vita:
distendersi, dormire di più, fare esercizi fisici (come lo yoga) per diminuire la tensione.
Anche una dieta ricca di fibre può essere di giovamento nelle forme con stipsi, tuttavia inizialmente può causare un fastidioso accumulo di aria e anche provocare diarrea nei soggetti che già ne soffrono.
Tra gli altri possibili rimedi, è consigliabile:

  • evitare tutte le cose che sapete vi faranno stare male, come i “cibi spazzatura”
  • assumere farmaci che possono evitare le crisi, per esempio degli antidiarroici (o anche disinfettanti) quando si soffre di troppe scariche
  • combattere la stipsi con cibi ricchi di fibre solo se non vi creano gonfiore
  • consultare il medico per valutare la possibilità di assumere farmaci che diminuiscono il dolore e migliorano le vostre abitudini intestinali
  • valutare le cause di stress nella vostra vita e vedete se potete allontanarle o controllarle
  • cercare di rilassarsi con l’esercizio fisico, il traning autogeno, lo yoga, la meditazione o l’agopuntura.

 

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