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Cos’è la Bromidrosi?

La bromidrosi è un disturbo cronico, caratterizzato dall’emanazione di un cattivo odore cutaneo a causa della fermentazione batterica provocata da una secrezione spesso abbondante delle ghiandole sudoripare e/o apocrine.
Questo disturbo, che solitamente si manifesta con l’avvento della pubertà, ha un’evoluzione cronica e solitamente ha una risoluzione spontanea durante l’età adulta.
Ma la bromidrosi può anche assumere aspetti patologici se il cattivo odore risulta essere particolarmente intenso e sgradevole e se inizia ad interferire significativamente con le relazioni e le attività sociali della persona che soffre di questo disturbo.
Inizialmente il sudore che raggiunge la superficie cutanea appare inodore, è la secrezione eccessiva dalle ghiandole eccrine o apocrine che viene decomposta dai batteri naturalmente presenti sulla nostra pelle, a dare origine agli odori sgradevoli.
L’insorgenza della bromidrosi, può essere anche favorita da patologie dermatologiche concomitanti come ad esempio, l’eritrasma o alcune malattie metaboliche come il Diabete Mellito e l’obesità.
Anche l’ingestione di alcuni alimenti come l’aglio, la cipolla e una grande quantità di spezie o l’assunzione di particolari farmaci può determinare l’insorgenza della Bromidrosi.

Come gestire la bromidrosi

La soluzione più efficace per prevenire la bromidrosi è cercare di ridurre il sudore in primis attraverso metodi non invasivi, che consentono di trattare “naturalmente”l’odore sgradevole del proprio corpo.
Per una corretta gestione della bromidrosi risulta importante fare una distinzione tra una valutazione soggettiva del cattivo odore e la vera e propria patologia della pelle.
Il controllo della sudorazione e la detersione accurata spesso non sono sufficienti, pertanto è opportuno

  • utilizzare prodotti che inibiscono la proliferazione batterica
  • mantenere asciutta la pelle nella zona colpita, come ad esempio l’ascella nella bromidrosi apocrina
  • controllare i fattori che favoriscono la proliferazione batterica: depilazione ascellare, scelta di calzini e calzature traspiranti, ecc.

Per i casi lievi di bromidrosi, una corretta igiene e una terapia topica sono le principali opzioni di trattamento. Tra le operazioni per chi soffre di bromidrosi, si consiglia vivamente:

  • un lavaggio frequente delle ascelle: almeno due volte al giorno con un sapone germicida;
  • una depilazione regolare dei peli per prevenire l’accumulo di batteri e di sudore sul fusto pilifero o elettrolisi per rimuovere il follicolo;
  • rapida rimozione e detersione dell’abbigliamento sudato;
  • uso di deodoranti topici;
  • trattamento delle malattie dermatologiche coesistenti (infezioni batteriche o fungine)

Tuttavia questi trattamenti non offrono una cura definitiva per la bromidrosi e i risultati possono essere parziali o addirittura insoddisfacenti se la riduzione degli odori è incompleta e di breve durata.
Una visita dal medico specialista può fornire opzioni di trattamento permanenti che comprendono interventi chirurgici come la rimozione delle ghiandole sudoripare apocrine mediante escissione chirurgica o liposuzione superficiale.
Per i pazienti che desiderano un trattamento più duraturo nel tempo, è possibile ricorrere ad alcune opzioni non chirurgiche prima ancora di passare ad un intervento chirurgico.

Laser terapia

Per ottenere risultati duraturi è possibile sottoporsi ad una terapia con laser per rimuovere i peli, limitare la crescita batterica ed evitare il cattivo odore, poiché proprio la presenza dei peli sulla superficie cutanea contribuisce a mantenere il sudore in eccesso nella sede in cui è prodotto.

Botulino

Un’altra valida alternativa alle procedure chirurgiche consiste nell’iniezione localizzata della tossina botulinica capace di inibire la sudorazione.  La terapia consiste nell’effettuazione di molteplici iniezioni sub-dermiche che veicolano minime quantità di tossina, in modo da coprire uniformemente la superficie interessata da eccessiva sudorazione. Questo trattamento è uno dei più efficaci per ridurre la produzione di sudore dalle ghiandole sudoripare di ascelle, viso, collo, mani e piedi. Tuttavia, seppur costoso e duraturo nel tempo, non è definitivo. Deve infatti essere ripetuto ad intervalli regolari per mantenere i risultati.

Che cos’è la Radiofrequenza in Medicina Estetica?

La radiofrequenza in medicina estetica è un particolare tipo di trattamento non invasivo che si avvale dell’uso di macchinari in grado di emettere onde elettromagnetiche ad alta frequenza per per contrastare diversi tipi di inestetismi.
In medicina estetica la radiofrequenza  trova soprattutto applicazione nel trattamento di inestetismi del tempo, delle smagliature, della cellulite e della lassità cutanea.
Oggi è una tecnica molto apprezzata, perché consente di ottenere buoni risultati evitando i rischi connessi ad interventi di chirurgia estetica, come blefaroplastiche e liposuzione. Ciò non significa che la radiofrequenza in medicina estetica sia priva di possibili effetti collaterali, ma rimane comunque una tecnica meno invasiva e ampiamente tollerata.
Questo tipo di radiofrequenza, nota anche come radiofrequenza medica, deve essere eseguita da personale medico esperto e non deve essere confusa con la radiofrequenza estetica, praticata all’interno di centri estetici, la cui efficacia in termini di risultati ottenuti e durata è decisamente inferiore rispetto alla radiofrequenza in medicina estetica.
La differenza fra queste due tipologie di radiofrequenza risiede negli strumenti che vengono utilizzati.
I dispositivi medicali permettono al medico di regolare l’intensità della corrente elettromagnetica erogata; mentre gli apparecchi per la radiofrequenza estetica non permettono alcun controllo sulle cariche erogate, ma vengono tarati a determinati valori che rimangono fissi e che non possono essere in alcun modo alterati dall’operatore.

Tipologie di radiofrequenza in medicina estetica

In medicina estetica esistono due differenti tipologie di radiofrequenza: quella bipolare e quella monopolare.
Nella radiofrequenza bipolare, il manipolo che viene utilizzato per trasferire le cariche elettriche alla cute e ai tessuti sottostanti contiene entrambi gli elettrodi, quindi contiene al suo interno sia il polo positivo che il polo negativo. Quando il manipolo viene applicato sulla pelle del paziente, il passaggio delle cariche elettriche attraverso la cute produce energia termica che si propaga attraverso l’epidermide e il derma. Questo tipo di radiofrequenza viene impiegata soprattutto per contrastare le rughe e gli inestetismi del tempo a livello di viso, collo e mani.
Nella radiofrequenza monopolare, invece, il manipolo contiene solamente l’elettrodo positivo.
Per consentire il trasferimento delle cariche elettriche, lo strumento è dotato di una piastra di ritorno che deve essere posizionata a contatto con la pelle in prossimità dell’area che si deve trattare.
Questa tipologia di radiofrequenza è in grado di trasferire il calore più in profondità, raggiungendo l’ipoderma, il tessuto adiposo sottostante, motivo per cui la radiofrequenza monopolare viene impiegata generalmente per contrastare la cellulite.

Come si esegue la Radiofrequenza in medicina estetica?

Questa tipologia di trattamento deve essere eseguita da un medico chirurgo estetico specializzato.
Anche se non si tratta di un procedimento invasivo, deve essere comunque sempre effettuato da personale medico competente per garantire efficacia e sicurezza al paziente.
Il trattamento di radiofrequenza in medicina estetica si svolge in ambito ambulatoriale e ha una durata di circa 20-40 minuti al massimo. Non è prevista alcun tipo di anestesia poiché è una procedura indolore. Il paziente che si sottopone a radiofrequenza, percepisce infatti soltanto una sensazione di calore in corrispondenza delle aree che vengono trattate.
Tuttavia, se il medico lo ritiene necessario, può applicare una pomata anestetica sull’area da trattare.
Una volta terminato il trattamento, il paziente può tornare a svolgere tutte le normali attività, poiché non sono assolutamente necessari tempi di recupero o periodi di convalescenza.

I risultati della Radiofrequenza

Il trattamento di radiofrequenza in medicina estetica garantisce un riscontro positivo nella maggioranza dei casi. Apprezzata per l’effetto antietà, la radiofrequenza riduce le rughe e gli inestetismi del tempo in modo indolore e non invasivo.
Tuttavia, è bene precisare che per ottenere risultati apprezzabili, non è sufficiente una singola seduta di radiofrequenza ma occorre effettuare un ciclo completo di sedute.
La quantità di sedute dipende sostanzialmente dal tipo di inestetismo che si vuole combattere, dalla sua gravità e dalla sua estensione. In linea di massima sono necessarie dalle 4 alle 10 sedute circa.
I primi risultati si possono apprezzare già dopo le prime sedute ma il vero miglioramento si può notare soltanto al termine del ciclo completo.
Generalmente, gli effetti ottenuti con la radiofrequenza durano dai 6 ai 12 mesi e, al fine di mantenere i risultati, è necessario effettuare delle sedute di mantenimento a intervalli di tempo regolari da concordare con il medico chirurgo estetico.

La mastoplastica additiva è un intervento di chirurgia plastica che consiste nell’aumento del seno o nel riempimento di una tasca mammaria svuotata a seguito di un intervento, attraverso l’inserimento di protesi mammarie.

L’intervento di mastoplastica additiva

La mastoplastica additiva è la procedura di chirurgia estetica più eseguita al mondo. Sono davvero pochi gli interventi chirurgici che dispongono di una casistica così imponente.

Un elemento da non trascurare, poiché la ricorrenza di questo intervento ha progressivamente determinato molti miglioramenti in termini di esecuzione tecnica e delle protesi utilizzate.

Oggi la mastoplastica additiva è un intervento sicuro che deve essere per legge eseguito esclusivamente all’interno di una struttura autorizzata ed attrezzata per questo tipo di interventi.

Le fasi dell’intervento sono tre:

Fase preliminare

Il primo passo nel percorso di rimodellamento del seno è quello di sottoporsi ad una visita medica specialistica che accerti il buono stato di salute della persona interessata. La paziente che desidera sottoporsi alla mastoplastica additiva viene valutata clinicamente e in base alla sua silhouette il medico chirurgo stabilisce dei parametri legati alla fattibilità dell’intervento, prendendo in considerazione le aspettative della paziente ed escludendo naturalmente le proposte più esagerate.
Protesi mammarie: Come scegliere quelle più adatte

La mastoplastica additiva è un intervento di grande effetto per l’immagine della paziente.

Per garantire un risultato ottimale è necessario che la misura del seno, determinata dalla grandezza delle protesi che verranno inserite nel seno, sia proporzionale rispetto al resto del corpo, quindi non esageratamente grande rispetto alle altre proporzioni del corpo della paziente.
Risulta quindi necessario lo svolgimento di un’operazione equilibrata e ben progettata, pena l’innaturalità dell’aspetto del seno.
Tutte le protesi mammarie sono costituite da un involucro di silicone, il cui contenuto all’interno può variare. Attualmente vengono utilizzate protesi contenenti un gel coesivo di silicone, le più utilizzate per via della difficoltosa fuoriuscita di materiale nei tessuti o, in alternativa, soluzione fisiologica di acqua salina. Ne esistono di svariate dimensioni e forme.

Fase operatoria

Il giorno dell’intervento la paziente viene visitata nuovamente dal chirurgo plastico per convalidare il programma chirurgico già concordato precedentemente. Risulta fondamentale che tutte le informazioni fornite siano chiare e condivise.
Viene quindi riconfermato il consenso informato che certifica la corretta informazione della paziente per quanto riguarda le caratteristiche dell’intervento, del risultato e del post operatorio.
Gli esami clinici (esami del sangue e l’elettrocardigramma) vengono controllati nuovamente dall’anestesista che autorizza l’inizio della mastoplastica additiva. Soltanto allora, l’operazione può avere inizio. Si può procedere dunque con l’anestesia e sedazione della paziente.
Per inserire la protesi nella sede mammaria prestabilita e concordata con il chirurgo plastico viene eseguita una incisione cutanea di dimensioni ridotte (può variare tra 4–7 cm di lunghezza) che può essere localizzata in una di queste 3 zone:

  • sotto il seno: inserimento attraverso il solco sottomammario
  • attorno al capezzolo: inserimento periareolare
  • sotto l’ascella: inserimento trans-ascellare

Successivamente il chirurgo plastico prepara una tasca che conterrà la protesi.
Le sedi indicate per accogliere la protesi sono tre: sede retroghiandolare (sopra il muscolo pettorale e sotto la ghiandola), sede sottomuscolare (dietro il muscolo pettorale) o sede parzialmente retromuscolare (dietro il muscolo solo nella porzione superiore della protesi).
La scelta di dove incidere e dove posizionare la protesi viene presa dal chirurgo considerando la dimensione della protesi scelta, l’anatomia della donna, le caratteristiche della pelle e la dimensione del tessuto mammario.
Una volta introdotte le protesi, prima di richiudere la cute vengono introdotti dei drenaggi che permettono di aspirare sangue o siero.

Fase post-operatoria

Durante la fase post-operatoria i drenaggi resteranno in posizione per circa 24 ore e il seno verrà fasciato in modo tale che la posizione delle protesi sia fissata comprimendo leggermente la zona operatoria.
Per proteggere la zona del seno da traumi casuali e dai movimenti bruschi e per favorire una corretta guarigione, la paziente dovrà indossare uno speciale reggiseno contenitivo e osservare il riposo per almeno 7 giorni.
L’ eventuale dolore si può facilmente sedare con i normali farmaci analgesici che il chirurgo estetico può prescrivere all’atto della dimissione. Dopo 1 settimana verrà tolta la fasciatura e per un certo periodo è preferibile indossare un reggiseno elasticizzato come quelli sportivi, che offrono un fermo sostegno.
Nel post operatorio vanno evitati sforzi fisici poiché il sollevamento di pesi potrebbero causare complicanze, rallentando la guarigione. Generalmente la paziente può tornare a lavoro entro una settimana dall’intervento, se l’occupazione quotidiana non comporta fatica fisica, e ogni attività può essere ripresa gradualmente nell’arco di poche settimane.

Mastoplastica additiva: Cicatrici

Tutti gli interventi chirurgici che prevedono incisioni della pelle necessariamente formano cicatrici.
Di norma le cicatrici della mastoplastica additiva sono sottili e poco visibili.
Uno degli obiettivi del chirurgo plastico è proprio quello di allestire incisioni e suture che rendano la futura cicatrice il meno visibile possibile. Le incisioni periareolari e sottomammarie danno luogo a cicatrici sul seno, mentre l’inserimento delle protesi per via trans-ascellare creano cicatrici rispettivamente sotto l’ascella.

Gli occhi sono l’elemento più comunicativo che spicca sul viso di ognuno di noi.
Uno sguardo stanco e triste è capace di invecchiare l’intero viso, così come uno sguardo vivace conferisce un’espressione più giovanile a tutta la persona.
La blefaroplastica è un intervento di chirurgia plastica che oltre a correggere alcuni difetti congeniti delle palpebre, come occhi piccoli, palpebra cadente o palpebra orientale, può determinare anche un forte ringiovanimento non soltanto della regione periorbitale ma dell’intero viso.
Con questo intervento si va infatti ad agire sugli eccessi di pelle o di grasso situati nella zona della palpebra superiore e/o inferiore che causano un appesantimento antiestetico dello sguardo, fino a comportare nei casi più gravi, un oscuramento del campo visivo.

Quando sottoporsi alla blefaroplastica

Per valutare la necessità di sottoporsi alla blefaroplastica superiore o inferiore (o ad entrambe le soluzioni), il chirurgo dovrà valutare lo stato dei tessuti nella zona degli occhi e come si presentano le sopracciglia.
Tra gli inestetismi che la blefaroplastica risolve efficacemente, spiccano i seguenti:

  • Palpebre superiori che cedono
  • Pelle delle palpebre superiori che si appoggia alle ciglia, riducendo il campo visivo
  • Sguardo triste e aspetto “stanco” della zona occhi
  • Rigonfiamento delle palpebre superiori
  • Rigonfiamento delle palpebre inferiori, le cosiddette “borse” sotto gli occhi
  • Orientamento all’ingiù della coda dell’occhi
  • Sopracciglia troppo vicine all’apertura dell’occhio

Talvolta per raggiungere un risultato migliore è necessario abbinare a questo intervento, un lifting temporale, come ad esempio nel caso del sopracciglio cadente o al peeling laser nel caso di rughe nella zona perioculare.

Come viene eseguito l’intervento?

Prima dell’intervento il chirurgo evidenzia con un pennarello le aree di cute in eccesso e le zone su cui dovrà intervenire. Dopo aver sottoposto il paziente ad anestesia locale (convalidata da parte dell’anestesista sulla base degli esami del sangue e dell’elettrocardiogramma), si può procedere con le incisioni chirurgiche a livello delle palpebre. Attraverso queste incisioni si asporta il tessuto in eccesso ed eventualmente il chirurgo modella il grasso e i tessuti sottocutanei.
La ferita viene poi richiusa con punti di sutura non riassorbili che dovranno essere rimossi entro una settimana dall’intervento, per evitare che possano lasciare segni visibili.
Le incisioni praticate nella palpebra superiore seguono un preciso disegno e la cicatrice finale sarà nascosta nella rima palpebrale e nelle pieghe d’espressione.
Per la palpebra inferiore, gli eccessi adiposi responsabili delle cosiddette borse vengono eliminati attraverso un’incisione che corre immediatamente sotto le ciglia. Dopo l’operazione verranno applicati i punti di sutura e gli appositi cerotti.

Post operatorio e guarigione

Una volta terminato l’intervento, il paziente è tenuto a stare a riposo, evitare movimenti bruschi, assumere i farmaci che gli sono stati prescritti e seguire attentamente le prescrizioni comportamentali postoperatorie.
Normalmente le cicatrici della blefaroplastica sono esteticamente trascurabili perché particolarmente sottili e nascoste nelle pieghe cutanee e nella rima palpebrale.
Nel periodo post-operatorio è possibile avvertire una sensazione di “fastidio” a livello oculare, questa sensazione potrà essere facilmente alleviata da comuni farmaci antidolorifici e da impacchi con garze imbevute di acqua sterile ghiacciata
Immediatamente dopo l’intervento, la zona trattata si gonfia e va incontro ad ecchimosi che hanno tempi di risoluzione piuttosto lunghi.
Dopo i primi 15- 20 giorni i segni più evidenti se ne saranno andati, ma bisognerà aspettare almeno 4 o 6 settimane per vedere un risultato apprezzabile. La linea di incisione può infatti rimanere visibile per alcuni mesi ma grazie a creme specifiche è possibile facilitarne la guarigione.
Le normali attività quotidiane possono essere riprese mediamente dopo circa 8 giorni. A volte addirittura in meno tempo il paziente può fare ritorno alla vita sociale, mascherando il leggero rossore con poco correttore cosmetico, poiché la particolare tecnica di intervento consente di non avere segni chirurgici troppo evidenti.

La rinoplastica (dal greco antico ρίς, naso) è l’intervento di chirurgica plastica che permette di rimodellare il naso nella sua forma strutturale esterna.

Le ragioni per cui un paziente si sottopone a questo tipo di intervento possono essere di tipo estetico o correttive nel caso in cui soffra di disturbi della respirazione.

L’obiettivo della rinoplastica è quello di ricreare le giuste proporzioni, ossee e cartilaginee, non soltanto del naso ma anche delle altre componenti del volto. Per questo è indispensabile un’attenta valutazione del volto, della fronte, degli occhi, della bocca e del mento.

La durata dell’intervento di rinoplastica varia dai 60 ai 90 minuti, a seconda della tecnica utilizzata e del disegno operatorio previsto. Quando lo scopo dell’intervento non è solo estetico ma implica anche una correzione del setto nasale, alterato a causa di un trauma o di un anomalo sviluppo, si parla di rinosettoplastica. Gli interventi di rinoplastica sono di due tipologie: rinoplastica aperta e chiusa.

La rinoplastica chiusa

Questa tecnica operatoria prevede delle piccole incisioni all’interno del naso, attraverso le quali viene modificata la componente ossea e cartilaginea della piramide nasale.
Attraverso la rinoplastica chiusa il modellamento del naso avviene attraverso le narici stesse, dalle quali il chirurgo incide le muscose fino ad arrivare alla porzione di cartilagine o di osso da rimodellare. Una volta ritoccata la struttura del naso, la pelle viene nuovamente riposizionata come copertura, senza che sia stata incisa da fuori. Il rendimento estetico della rinoplastica chiusa è ottimo, poiché non lascia alcun segno visibile sulla pelle.

La rinoplastica aperta

La rinoplastica aperta invece si esegue incidendo la cute alla base del naso, cioè a livello della “columella” che è quella porzione di cute situata fra le narici. Vengono quindi totalmente esposte le cartilagini della punta ed il dorso del naso.  Questo tipo di procedura, anche se offre una visuale migliore dell’intervento, ha la pecca di lasciare una cicatrice esterna, quantunque molto ben nascosta sotto il naso.

Cosa fare prima dell’intervento

Maturare la decisione

Scegliere la chirurgia estetica deve essere un processo decisionale meditato e maturo.  Non può essere qualcosa dettato dall’impulso.  Quando si scegli la rinoplastica è opportuno maturare la decisione per qualche tempo prima di procedere definitivamente.

Sottoporsi agli accertamenti

Prima di sottoporsi a un intervento di rinoplastica è necessario fare una serie di indagini cliniche prescritte per accertare la salute del candidato all’intervento. Successivamente si fa una visita con il chirurgo, in cui vengono fornite le indicazioni da seguire per affrontare al meglio e senza rischi la rinoplastica. Un paio di settimane prima della rinoplastica è infatti controindicato fumare, bere alcol e prendere farmaci a base di acido acetilsalicilico. Prima dell’intervento, il chirurgo prescrive al paziente degli antidolorifici per il periodo post operatorio. Il giorno dell’intervento, anche se non  prevede il ricovero, bisogna farsi accompagnare da qualcuno e non guidare assolutamente dopo l’intervento.

LA PSORIASI NON SI MANIFESTA NELLO STESSO MODO

La psoriasi è una malattia infiammatoria che interessa l’intero organismo, anche se gli effetti più visibili sono a livello cutaneo. Cronica ma non contagiosa, attualmente questa malattia colpisce circa il 2% della popolazione mondiale, manifestandosi nel 90% dei casi sotto forma di chiazze e placche rosse in rilievo sulla pelle, ricoperte da squame biancastre.
Queste placche causano dolore, prurito e una sensazione di bruciore e si localizzano soprattutto sulle ginocchia, nella regione sacrale, sui gomiti, sulle mani, sui piedi e sul cuoio capelluto.
Questa malattia può insorgere a qualsiasi età ma di solito compare per la prima volta tra i 20 e i 30 anni, mentre è molto rara nei bambini. Un secondo picco di incidenza si registra nella fascia di età tra i 50 e i 60 anni. Una comparsa precoce della psoriasi può anche manifestarsi prima dei 15 anni ed in questo caso si tratta generalmente di una forma più grave.
Malgardo si tratti di una patologia variabile che può manifestarsi in modi differenti, in una buona percentuale dei casi tende a regredire d’estate per poi riacutizzarsi nei mesi invernali.
Vivere con la psoriasi non è solo sgradevole e fastidioso ma può anche compromettere l’autostima, la carriera professionale e le relazioni sociali, e spesso costringe le persone che ne soffrono a rinunciare ai piccoli piaceri della vita.

Tipi di psoriasi

Considerando le diverse forme in cui può manifestarsi, non è corretto parlare di psoriasi come di un’unica patologia.
A livello clinico si distinguono 5 tipologie di psoriasi:
1) psoriasi a placche: oltre 80% dei casi
Questo tipo di psoriasi insorge generalmente in età adulta, interessando soprattutto il cuoio capelluto, i gomiti, le ginocchia e la parte bassa della schiena.
Si caratterizza per la comparsa di chiazze rosse sollevate, ben definite e sormontate da abbondanti squame bianco-argentee, spesse e secche. Tendenzialmente pruriginose, queste lesioni tendono alla desquamazione spontanea lasciando delle emorragie per la rottura dei capillari sottostanti.
Le chiazze sono grandi e tendono a confluire, arrivando ad interessare ampie zone del tronco e degli arti. Questa malattia ha un andamento cronico recidivante.
2) psoriasi guttata: circa 10% dei casi
Il suo nome deriva dal latino gutta, che significa gocce poiché è caratterizzata da piccole chiazze che assomigliano a gocce. La psoriasi guttata rappresenta la forma più frequente nell’infanzia e nell’adolescenza ed è spesso preceduta da una tonsillite streptococco.
Le lesioni possono comparire in modo improvviso e scomparire nell’arco di alcune settimane.
3) psoriasi inversa: può manifestarsi in concomitanza alla psoriasi a placche, o in maniera isolata
Chiamata anche psoriasi delle pieghe o fessurale, si sviluppa nelle pieghe cutanee, come l’inguine, la piega interglutea, le pieghe sottomammarie e la zona genitale in genere.
Una forma particolarmente frequente nei soggetti obesi e/o diabetici, e negli anziani
4) psoriasi eritrodermica: meno del 3% dei casi
Una forma in cui la maggior parte del corpo si presenta arrossato ed infiammato. Quasi tutta la cute (oltre l’80%) è coinvolta dall’eritema. Quest’ultimo provoca prurito, dolore e gonfiore.
La psoriasica eritrodermica può comparire dopo terapie cortisoniche o immunosopressive interrotte bruscamente, e precipitare a causa di infezioni o farmaci.
Questa forma di psoriasi è particolarmente invalidante per il paziente ed in molti casi richiede il ricovero ospedaliero; può infatti portare a grave disidratazione e comparsa di infezioni.
5) psoriasi pustolosa: meno del 3% dei casi
È un’altra forma molto grave di psoriasi, che si presenta con pustole ripiene di pus.
Si associa a febbre, malessere e sensazioni di bruciore. Come per la forma eritematosa, può essere scatenata dall’interruzione di un trattamento sistemico con corticosteroidi.
Non sempre tutte queste varianti sono ben definite e nello stesso paziente possono essere presenti più forme cliniche della malattia.
Come si cura la psoriasi
La varietà di forme cliniche presuppone interventi terapeutici personalizzati in base al tipo di psoriasi e alla gravità dei sintomi. Soltanto dopo un corretto esame diagnostico è possibile dunque stabilire il rimedio più efficace per curare la psoriasi.
Fortunatamente, qualsiasi sia il risultato dell’esame, esistono farmaci e terapie in grado di migliorare la patologia nella stragrande maggioranza dei casi.
Proprio per questa sua cronicità, la psoriasi necessita di una cura costante e regolare, per questo motivo nonostante l’apparente guarigione è utile effettuare controlli specialistici periodici.
Tra i farmaci specifici per curare le forme più lievi di psoriasi, oltre alle creme a base di cortisone, consigliano preparazioni più innovative sostanzialmente prive di effetti collaterali a lungo termine.
I trattamenti per la psoriasi si dividono in quattro aree principali.
1) Terapie topiche
Particolarmente indicate nei casi di minore gravità, consistono in farmaci topici ossia applicati localmente come creme, pomate, schiume, lozioni, spray, unguenti e gel. Per aumentare l’efficacia di questi prodotti è consigliabile usare una tecnica occlusiva, applicando un impacco di cellofan sulla pelle per migliorare in questo modo la penetrazione del farmaco nella cute.
2) Terapie orali tradizionali
Un trattamento a base di farmaci assunti per bocca, sotto forma di compresse, o somministrati tramite iniezioni, riservati alla forme di psoriasi più gravi. Agiscono quindi dall’interno diffondendosi in tutto il corpo. Questo trattamento ha lo scopo di combattere l’infiammazione e il malfunzionamento del sistema immunitario che caratterizzano la malattia.
3) Terapie biologiche

Si tratta dei cosiddetti “farmaci intelligenti”, che si sono dimostrati particolarmente efficaci quando le altre terapie, locali e sistemiche, non funzionano o sono controindicate. Si tratta quindi di una scelta secondaria, adottata quando la psoriasi non ha ottenuto sufficienti benefici dai trattamenti tradizionali.Questi farmaci, noti anche come farmaci biologici, sono ottenuti tramite la tecnica del DNA ricombinante e agiscono su specifiche componenti del sistema immunitario, coinvolte nei fenomeni infiammatori associati allo sviluppo della malattia.
4) Fototerapie
Il sole è un prezioso alleato nella cura di molte forme di psoriasi, soprattutto di quelle più comuni, come la psoriasi a placche. Tuttavia per essere realmente efficace l’esposizione solare deve rispettare canoni ben precisi. Innanzitutto i raggi solari devono colpire direttamente la cute ammalata per un periodo sufficientemente lungo, almeno 2-3 settimane, esponendosi al sole con gradualità onde evitare scottature che peggiorerebbero la situazione cutanea.

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